Per il movimento socialista italiano sarebbe una sciagura se il contrasto scoppiato così platealmente tra Berlusconi e Fini inducesse il presidente del consiglio a tentare la soluzione di forza di uno scioglimento delle Camere e di un ricorso a nuove elezioni politiche generali.
A mio modesto parere, noi comprometteremmo, o almeno rinvieremmo ulteriormente, la nostra resurrezione se dovessimo preoccuparci per due o tre mesi di condurre una campagna elettorale e, quel che sarebbe peggio, ricucendo la sparuta trama delle alleanze, perché le condizioni di debolezza in cui siamo ridotti ci spingerebbero ad accettare qualunque pasticcio combinassero i dirigenti del Partito democratico, e dell’unione giustizialista e delle varie sinistre.
In realtà, ciò di cui abbiamo bisogno, sul modello della miracolosa rinascita del socialismo francese sotto la guida di Martine Aubry, è di affermare la nostra identità (per ridotta ed esangue che sia attualmente) nel Paese. La secessione, organizzata e velleitaria, del gruppo di Fini dal Pdl è stata, comunque, l’ultima e più clamorosa dimostrazione dell’impossibilità di difendere in Italia il modello del bipolarismo, per non parlare del bipartitismo.
E’ inutile ricordare che in quasi tutti gli altri Paesi europei la formula, pur variamente orchestrata, funziona perché nessuno di quei Paesi deve fare i conti con la presenza di una Santa Sede più invadente che mai e con la soppressione artificiale dei partiti politici mediante l’operazione della Procura milanese, resa ancor più parziale con la sostanziale amnistia del Pci e dei suoi finanziamenti non più virtuosi dei nostri.
Tedesca o francese che sia, la possibile soluzione del sistema elettorale e della riorganizzazione istituzionale, per noi socialisti l’importante è avere prima il tempo, poi la capacità di ricostruire un tessuto nazionale del partito in nome di una storia esemplare e di una cultura politica che è forse la più adatta, per la sua vocazione libertaria e solidaristica, ad elaborare un progetto coerente con le caratteristiche e le esigenze della società postindustriale, ma irrevocabilmente votato alla giustizia sociale.
Laicismo e ambientalismo sono, senza dubbio, due componenti essenziali di qualsiasi movimento democratico che operi in Italia, ma per un partito socialista, all’inizio del XXI. mo secolo, il problema fondamentale è l’elaborazione, documentata e non astratta, di un piano capace di contemperare – per quanto sia possibile – in un giro di tempo ragionevole – la riforma radicale del sistema produttivo in rapporto alla mutazione epocale della nuova società.Con l’esigenza irrinunciabile, beninteso, di garantire ai lavoratori una preparazione professionale coerente con le richieste specifiche del mercato del lavoro, nonché le condizioni minime per crearsi un futuro, una famiglia, una speranza. Non dico che sia facile, soprattutto finché il movimento socialista resterà muto e disperso; dico soltanto che dirigenti, militanti, intellettuali – collegandosi con il mondo sindacale più vicino a noi – dovranno lavorare forsennatamente con circoli, fondazioni, giornali, riviste, siti web di informazione, perché il partito risorga. Alle elezioni si penserà dopo.