In un recente numero di Mondoperaio Piero Sansonetti racconta che nel 1993, quando era caporedattore dell’Unità, vigeva una regola non scritta, che alle sette di sera i responsabili di Corriere della Sera, di Repubblica, della Stampa e dell’Unità si telefonassero per decidere come fare la prima pagina del giorno dopo. Il clima era quello di tangentopoli. Era ovviamente un periodo in cui “comandava l’opinione pubblica, indirizzata e rappresentata dai giornali”.
In quel periodo il ministro Conso, insigne giurista, propose un decreto che distingueva il reato di finanziamento illecito dei partiti da quello della corruzione. Tentava di evitare di confondere tra irregolarità e furti, ma nel contempo creava le condizioni per evitare di dare in pasto al Paese qualche agnello sacrificale che soddisfacesse soltanto la sete di sangue che si manifestava in parlamento con l’ostentazione di corde per l’impiccagione e guanti bianchi (su mani pulite?).
L’Unità aveva già pronto un editoriale che approvava il decreto, ma le consultazioni delle altre testate e di Veltroni (sempre lui!), oltre che di Borrelli, dettero orientamento contrario. Il giorno dopo i quattro giornali avevano tutti l’editoriale contro. Scalfaro non firmò il decreto e la storia cambiò il suo corso. Il PSI e la DC furono colpiti più severamente di quello che meritavano e la storia della sinistra tentò un recupero attraverso le progressive trasformazioni del PCI che, dopo la caduta dell’impero sovietico, cambiò più volte nome senza accreditarsi nell’elettorato come quel partito riformista che pretendeva di essere diventato.
Forse l’operazione avrebbe convinto di più se fosse avvenuta prima della caduta del muro di Berlino come il frutto di una maturazione politica che avesse preso coscienza degli errori e degli orrori del comunismo sovietico. Fatta dopo e non riconoscendo, tra l’altro, i meriti politici del socialismo e della socialdemocrazia italiani, anzi cercando di suicidarli, non ha prodotto la credibilità sufficiente a mantenere quel consenso elettorale che era necessario per accreditarsi come forza riformista per il necessario cambiamento. Pochi mesi dopo Berlusconi cominciò il suo viaggio trionfale che con l’alleato leghista mantiene ancora il nostro Paese governato da un “centralismo democratico” che sarebbe stato certamente impensabile nel caso fosse stato possibile realizzare per tempo un grande partito socialdemocratico anche in Italia.
Oggi è ancora possibile? Questo PD può rappresentare l’alternativa necessaria? A dirla dai risultati recenti, e dagli interventi di autorevoli rappresentanti dello stesso PD, sembra di no. Trovo giusto, tuttavia, che si apra un dibattito sul come riportare fuori dalle secche una sinistra che sta facendo le spese di troppi errori compiuti da chi volendo cambiare troppo rapidamente, anche se con colpevole ritardo, la propria immagine sta facendo pagare a tutta la sinistra un prezzo troppo alto. “Le scelte giuste non sempre pagano, ma gli errori si pagano sempre”.