Come in un gioco di prestigio, l’idea presidenzialistica è tornata d’improvviso nel dibattito politico nostrano, subito dopo la conclusione delle elezioni regionali. Tale dibattito è emerso dalla urgente necessità, quanto sincera è difficile dire, di offrire una soluzione alla crisi costituzionale che travaglia il Paese da Tangentopoli in poi.
La prospettiva sempre più concreta dell’ attuazione del federalismo fiscale, sollecita un addizionale ripensamento complessivo dell’ architettura costituzionale.
L’autorità governativa centrale, già indebolita dalle cessioni di sovranità all’Ue - patto di stabilità e governo della moneta - rischia ora di essere sottoposta a dura prova dal processo di decentramento centrifugo alle istituzioni regionali o addirittura macro regionali.
Il problema di un equilibrato rapporto, fra autorità centrale e poteri periferici, è doveroso ricordarlo, era stato sollevato, in sede di Assemblea Costituente, da Piero Calamandrei che, proprio nel modello presidenziale americano, coglieva il principio della netta separazione fra Esecutivo e legislativo, tra potere federale e potere dei singoli stati federati.
Non fu casuale il richiamo a Calamandrei evocato all’ epoca della Grande Riforma propugnata da Bettino Craxi alla fine degli anni ’70 in tema di presidenzialismo che non poteva essere lasciato nelle mani della “Nuova Repubblica” di Randolfo Pacciardi e della destra missina. Evocazione tuttavia che fu solo testimoniale, senza alcun seguito politico effettivo, che le Bicamerali presiedute, nei due decenni ottanta e novanta, da Bozzi, Nilde Jotti, De Mita e D’Alema, non tennero politicamente in alcuna considerazione.
La spiegazione di questa discontinuità, oltre alla debolezza di una autentica volontà riformatrice, era riconducibile alla inadeguatezza di una risposta solo parlamentare alla richiesta socialista di ridiscutere l’assetto costituzionale nel suo complesso. Non è infatti concepibile un ridisegno del quadro normativo dello Stato dall’organismo legislativo che è pur sempre una espressione di rapporti politici, eletti democraticamente, ma di volta in volta emersi da motivazioni di carattere transeunte e avulse dai “fondamentali” di natura costituzionale.
Ne discende la difficoltà di contestare le argomentazioni di Rino Formica che reclama, a siffatto scopo, un organismo specifico, dotato nitidamente di un mandato popolare “ad hoc”, di cui abbiamo un precedente storico nell’Assemblea Costituente del 1946 da cui scaturì appunto, il 27 dicembre 1947, la nostra Costituzione.
Non sarebbe politicamente accettabile infatti, in termini sociali e politici, la transizione da una Repubblica parlamentare a una Repubblica federale su base presidenziale con una semplice operazione di protesi normativa. Il carattere di una tale procedura, nell’interesse medesimo dei propugnatori del presidenzialismo, sarebbe fonte inevitabile di debolezza per carenza profonda di immedesimazione da parte della collettività nazionale che non la saprebbe comunque vedere come una cosa sua.
La mancanza di consultazione popolare esporrebbe una riforma costituzionale di tale portata a legittimare, da subito e per lungo tempo futuro, una contestazione ineccepibile di insufficienza democratica.La democrazia autentica, come la natura, “non facit saltus” , e il carattere rigido della nostra Carta costituzionale lo conferma all’articolo 138 .In presenza di una proposta complessiva dell’apparato costituzionale, sembra assai più confacente il ricorso preventivo alla volontà popolare attraverso l’affidamento di tale approvazione a una assemblea a ciò delegata.
Il richiamo reiterato del Capo dello Stato e di altri organi costituzionali, alla necessità di procedere a riforme condivise troverebbe, in tale soluzione, una sua nitida espressione, sia dal punto di vista della condivisione autentica sia da quello di una più meditata coerenza delle proposte avanzate.
Il percorso qui teorizzato offrirebbe una garanzia di consenso popolare in tutte le ipotesi attualmente in campo: dal presidenzialismo al semipresidenzialismo, fino al premierato.
Se, come attualmente sembrano gli orientamenti prevalenti, si dovesse propendere a favore delle prime due, aggiungiamo noi, logica condurrebbe, rispettivamente, al modello presidenziale americano, ove si privilegiasse l’alternanza degli schieramenti politici, o al modello semipresidenzialista francese, nel caso si voglia preferire, politicamente, lunga stabilità e poco ricambio politico.Osservando per inciso che il modello americano, almeno nell’attuale fase storica e politica, potrebbe essere visto con favore dal nostro centro sinistra e il modello francese dal centro destra, come è deducibile dalla lunga esperienza gollista transalpina, interrotta soltanto dall’eccezione del governo di centro sinistra guidato da Francois Mitterrand.
Ma al di là delle preferenze di merito, è evidente la via obbligata della riforma parallela del sistema elettorale: ricordiamo l’aforisma di Pietro Nenni che paragonò le leggi elettorali all’opera del sarto incaricato di confezionare vestiti per persone distanti dalle misure medie somatiche
E di anomalie, nella politica italiana, non vi è certo carenza: l’occasione dell’assemblea costituente sarebbe la più idonea a modificare la legge elettorale, in armonica coerenza con il sistema costituzionale che si intende proporre.
La scelta di tale metodo sarebbe anche la cartina di tornasole della volontà autentica di procedere alle riforme: fondato è infatti il sospetto che certo riformismo sia propugnato con visione più attenta agli interessi di fazione e assai meno al consolidamento democratico.
Il punto cruciale sta in una legge elettorale che, nell’indipendenza del parlamento e della sua funzione legislativa, quale che sia il regime complessivo adottato, assicuri l’equilibrio dei poteri come condizione irrinunciabile di democrazia. E nell’auspicio che non si addivenga al varo di riforme costituzionali concepite “ad personam”.