Avanti della domenica

N. 10 del 18 aprile 2010

L'offensiva presidenzialista di Berlusconi
Ilaria Tana - Fulco Lanchester: attenti alla deriva plebiscitaria
domenica 18 aprile 2010

In questi giorni nel dibattito politico sono tornate in primo piano le riforme istituzionali: l’opzione del presidenzialismo è ormai sulla bocca di tutti. Per cercare di capire meglio la differenza tra modello americano, francese, tedesco e tutte le implicazioni future che potrebbe avere un cambiamento del genere, ne abbiamo parlato con il professor Fulco Lanchester, giurista e costituzionalista italiano, professore ordinario di Diritto costituzionale italiano e comparato alla Sapienza di Roma.
La bandiera del presidenzialismo viene spesso sventolata dalla destra. La sinistra non l’ha mai apprezzato. Perché un simile atteggiamento?
“Presidenzialismo e parlamentarismo sono termini ambigui. Molto spesso con presidenzialismo si intende indicare la degenerazione della forma di governo presidenziale.
Allo stesso modo si parla di parlamentarismo come decadimento di quella parlamentare. In realtà così bisogna distinguere. Nel caso degli Stati Uniti si ha una forma di governo in cui esiste una separazione rigida tra i poteri attivi (Legislativo ed Esecutivo) e nella quale il Capo dello Stato viene eletto in modo sostanzialmente diretto dal corpo elettorale. Questo assetto istituzionale però non si è rivelata adatto per l’Europa. Basta ricordare che l’unica volta in cui si è optato per un sistema del genere è stato il 1848 in Francia, dando poi origine al secondo impero di Napoleone III”.
Quindi un sistema semipresidenziale sarebbe più adatto all’Italia?
“Il cosiddetto semipresidenzialismo è una soluzione interessante, che però non deve rimanere solamente uno slogan, ma deve dispiegarsi nella sua concretezza con l’articolazione di tutti i relativi poteri e i contropoteri. Il sistema alla francese è una ‘forma di governo parlamentare razionalizzata’ in cui, insieme all’elezione diretta del Capo dello Stato, si mantengono la fiducia al Governo da parte del Parlamento, la controfirma ministeriale e la possibilità di scioglimento delle Camere, ovvero gli elementi essenziali della forma di governo parlamentare. E’ un modello a “geometria variabile” per i risultati e, come un vestito, deve essere adattato alle esigenze del Paese che lo indossa”.
Dopo la Lega, ora anche Berlusconi ha deciso di optare per una forma alla francese, cosa ne pensa?
“Il sistema francese ha una sua struttura ed una storia particolare : è caratterizzato da una specifica articolazione della forma di governo e da un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi appositamente disegnati. Berlusconi sceglie dal complesso istituzionale francese solo la parte dell’elezione diretta del Capo dello Stato per potenziare ancora una volta la propria capacità carismatica. E’ noto infatti che il Presidente del Consiglio riesce ad attrarre il consenso popolare. Ciò che propone non è quindi di intervenire sul sistema elettorale per l’elezione delle Camere (richiesto da alcuni tra cui il Presidente della Camera Fini), ma solo di abbinare l’elezione del Capo dello Stato con quelle parlamentari in modo che, come è avvenuto anche in Francia, si abbia un effetto ‘d’aggancio’ della prima sulle seconde capace di condizionare risultati. Berlusconi ha una grande visibilità, sfonda il teleschermo, e questo gli farebbe comodo”.
Il sistema elettorale, il ‘porcellum’ di Calderoli pensa verrà cambiato perché inadatto al nuovo sistema di governo?
“Penso di no. Potrà cambiare il rapporto centro-periferia e la stessa natura del Senato , ma secondo me non si interverrà sul sistema elettorale, che pur non essendo norma costituzionale possiede la durezza di “norma di regime”. La legge del 2005 favorisce, infatti, il controllo della riproduzione del ceto politico: i singoli parlamentari non vengono più eletti ma sostanzialmente nominati, e questo fa comodo alla maggioranza. Purtroppo è stato dimostrato nel 2008 che anche il Partito democratico, nonostante alcune proteste, ha accettato un meccanismo che certifica l’assenza di partiti vitali sul territorio.
Quindi quale sarebbe la soluzione?

“La lista è sempre quella. In prospettiva bisogna intervenire sia sulla forma di governo (modificando il bicameralismo perfetto e riequilibrando i rapporti tra esecutivo e legislativo, in modo da dotare quest’ultimo di incisi poteri di controllo), sia sul tipo di Stato (perfezionando la riforma federale in atto), sia - infine - sul tema strategico della cosiddetta legislazione elettorale di contorno (finanziamento della politica e comunicazione politica). Ma vorrei osservare qualcosa di più generale.
I fenomeni plebiscitari non hanno bisogno di mediazione partitica. Dal ’92 -’93 in Italia si è avuta una crisi che ha portato alla scomparsa non soltanto dello Stato dei partiti più pesante d’Europa, ma anche di formazioni capaci di esprimere le indispensabili funzioni di espressione,articolazione e riduzione della domanda politica. Bisogna ricostruire su basi nuove dei partiti stabili o altrimenti si scivolerà verso forme sempre più aperte di plebiscitarismo.
Pdl e Pd sono entrambi in gravi difficoltà nell’ambito di un riallineamento incompiuto. Le riforme istituzionali per riuscire devono avere alle spalle un gruppo di forze decise, c’è bisogno di consensualità. Questa maggioranza le decisioni le ha prese? Le prenderà? Su questo interrogativo si gioca il prossimo triennio, sapendo anche che l’attuale sistema costituzionale è molto precario”.