Stefano Cucchi ha concluso la sua vita in modo disumano mentre era nelle mani dello Stato e della sua burocrazia. La direzione generale delle carceri e la commissione parlamentare di inchiesta fotografano i termini di una tragedia che tinge di vergogna un’intera comunità nazionale. La nostra.
La morte di Stefano Cucchi non può essere archiviata in fretta né rimanere senza risposte.
Avremmo voluto che l’Italia si fosse ispirata al Paese disegnato da Beccaria fin dal 1786 e che rammentasse di essere stata, con la Toscana, il primo paese al mondo ad aver abolito la pena di morte e la tortura.
Ora, all’alba degli anni duemila, ci ritroviamo con un cittadino che, entrato in carcere, ne esce morto, dopo essere stato pestato a sangue.
Non stiamo parlando di fatalità, incidenti, disavvertenze burocratiche. La morte di Stefano e le circostanze che sono emerse, sono fatti che sporcano la nostra stessa immagine di Nazione.
Sul “caso Cucchi” (ma è proprio un “caso” o non solo una tragedia esemplare, preceduta e purtroppo seguita ad altri “casi”?), vogliamo che sia fatta luce al più presto, con condanne e provvedimenti, questi sì, ‘esemplari’, che restituiscano la fiducia dei cittadini nelle loro istituzioni.
Che tutti, governo, magistratura, uomini e donne del nostro paese, prendano esempio dal contegno eroico, commovente, dei familiari di Stefano Cucchi che chiedono solo la verità, e tutta l’opinione pubblica se ne faccia carico, affinché anche il lavoro di chi opera con professionalità, coscienza e passione, non vada disperso e si confonda con l’ipocrisia dei tanti abituati a girare la testa senza tenere in nessun conto la sacrosanta tutela dei diritti umani.