Maria Squarcione
Se alla vigilia dell’appuntamento più importante per un partito, riflettiamo sul senso dell’articolo 37 della Costituzione Italiana - «la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e a parità di lavoro le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale, adeguata protezione» - e lo confrontiamo con i recenti dati dell’ISTAT sull’occupazione femminile, non possiamo che concludere che la parità dei diritti tra uomo e donna così autorevolmente affermata è purtroppo totalmente disattesa.
Nel 2009 il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 46,1%, a fronte di quello maschile che è del 67,6%. In numeri assoluti, dunque, gli uomini occupati sono 13 milioni e 613 mila, mentre le donne 9 milioni e 218 mila, cifre ben distanti da quel 60%, entro il 2010, che era l’obbiettivo comunitario, stabilito dalla strategia di Lisbona. In particolare, il numero di donne occupate nel sud è pari al 30,6%, dove peraltro il divario occupazionale tra i generi aumenta, e il numero delle donne inattive - cioè che non studiano e non lavorano in un’età compresa fra i 15 e i 64 anni - è di 9 milioni e 679 mila, pari al 45,8%, come media nazionale. Dati perfettamente congruenti con quelli OCSE, che vedono l’Italia ben al di sotto del 50% di occupazione femminile, meglio solo di Turchia e Messico, e ancora molto lontana dalla media europea che è del 62%.
Se a questo aggiungiamo, come sostengono importanti studi sul tema, che da anni l’Italia cresce poco o nulla, sia dal punto di vista economico, che dal punto di vista demografico, dobbiamo arrenderci all’idea che non solo i due fenomeni sono collegati, ma che riequilibrare con urgenza l’occupazione femminile può rappresentare il volano per il rilancio economico (oltre che socio-culturale) dell’intera nazione, così come ci dimostrano le esperienze di paesi evidentemente più avanzati del nostro. La loro storia recente - dall’Olanda alla Svezia, dalla Gran Bretagna alla Francia, agli Stati Uniti e al Giappone - ci conferma che inserire più donne nel mercato del lavoro ha coinciso con un aumento dei servizi alle famiglie e con un’espansione di tutto il terziario avanzato, producendo così una serie di circoli virtuosi che hanno generato più crescita e più benessere. Inoltre, abbattere il “soffitto di cristallo” ha significato, in questi paesi, non solo l’emersione di talenti “rosa”, da cui tutta la società ha tratto beneficio, poichè hanno prodotto risultati positivi rispetto a numerosi indicatori di performances aziendali, ma anche un considerevole aumento dell’attrazione di consumi femminili. Le società più avanzate insomma, come la statunitense e la nipponica, hanno adottato un orientamento strutturale - la cosiddetta “womenomics” - che promuove un’agenda di trasformazioni economiche, sociali e culturali per specifiche misure a favore del protagonismo femminile nell’economia, ai fini del conseguimento di alti livelli di sviluppo e prosperità dell’intera società. Hanno capito cioè che l’occupazione femminile fa bene alla crescita, rende le donne più soddisfatte e le famiglie più stabili. Ciò implica che, con lo sviluppo dei servizi alla persona e alla famiglia, anche il tasso di natalità aumenta: ne consegue che l’Italia, con il suo livello di disoccupazione femminile, soprattutto nel sud, è detentrice di un enorme serbatoio di sviluppo e, quindi, di un grande potenziale di crescita demografico ed economico, nonché sociale e culturale.
Un partito che si definisce progressista e laico,dunque, non può essere impermeabile alla promozioe del progresso e della crescita della Nazione, nonchè alla tutela di elementari principi di giustizia. Anzi,promuovendo un “Piano nazionale per i servizi alla persona”, che sostiuisca o integri l’esistente, ma deficitario piano sociale nazionale, creerebbe i presupposti perchè questa nazione torni ad essere giovane, e quindi dinamica e competitiva. Non più un Paese a due velocità, ma un paese integro, che rende protagoniste le donne dal mondo del lavoro alla politica, al pari degli uomini.
E’ TEMPO DI DONNE, dunque. I partiti socialisti europei lo sanno e contribuiscono a promuovere politiche volte alla loro affermazione; è fondamentale per la Nazione che questo congresso sancisca pubblicamente che anche il Partito Socialista Italiano ne è consapevole e che è la prima forza italiana che ne farà una parola d’ordine per la propria azionSalvae politica per il bene del Socialismo e dell’Italia.