E' un paradosso! I socialisti hanno vinto. E non lo sanno. E sopravvivono, sempre meno numerosi e frustrati.
La storia è lunga. C'era una volta un movimento che si batteva per un nuovo mondo di esseri umani, tutti liberi ed uguali. Poi si è diviso. Quale è stata la differenza tra socialisti e comunisti? Non il socialismo, e cioè il fine: questo era il comune “immortale” che sopravviveva alla scissione, come disse Turati a Livorno nel gennaio 1921. La differenza fu che per i comunisti la dittatura era l'unico mezzo per conquistare il potere e di conseguenza l'unica forma per organizzare e sviluppare la gestione collettiva della società. I socialisti credevano nella democrazia “come mezzo e come fine” per usare i “paletti” che Nenni pose nella rottura col comunismo nel 1956.
Il crollo del collettivismo totalitario ha dimostrato che i comunisti avevano torto. Abbiamo quasi coperto con i nostri “Evviva!” il boato del crollo del muro di Berlino! Ma non abbiamo fatto nulla né noi che lo sapevamo come stavano le cose né i comunisti che lo hanno finalmente capito: cioè che il fallimento del comunisno riapriva il discorso unitario sull'“immortale”. Turati, contando sull'onestà, cioè sulla buona fede “rivoluzionaria” dei comunisti, aveva previsto il loro ravvedimento. Per un momento sembrò una profezia. In realtà non lo fu. I comunisti presero alcuni, pochi, la via della giungla nella quale combattevano gli ultimi giapponesi, molti tornarono a casa e molti passarono puramente e semplicemente dall'altra parte, al nemico di ieri unendosi a chi sosteneva che il mercato è sovrano e che il capitalismo non ha alternative.
Noi socialisti abbiamo continuato a vivacchiare, acquartierati nelle periferie dell'impero americano chiamandoci sempre più a bassa voce “compagni” e commuovendoci alle note dell'Inno dei lavoratori, rassegnati ad ammettere – spesso conquistando lucrative cariche – che la società dei liberi ed uguali era un bel sogno giovanile e nulla più, e che la realtà di fronte alla quale si è infranto anche il colosso comunista è il denaro, il profitto, la carriera, l'incarico: insomma è il capitalismo e la sua evoluzione spontanea, che il mercato sovrano, senza regole e globalizzato è la realtà, la storia, l'avvenire.
Dei due avversari quello “fraterno” che voleva abbattere il capitalismo e insieme con lo sfruttamento, le libertà che il capitalismo ha portato, e condurci al regno della “vera” libertà attraverso l'oppressione, era in polvere; l'altro si “rivelava” senza alternative.
Poi due anni fa circa vi è stata la nostra seconda inavvertita e clamorosa vittoria: è drammaticamente emerso che il capitalismo lasciato a se stesso, globalizzato, che il mercato senza regole stavano provocando non il migliore dei mondi possibili, ma un disastro. E così per non farla lunga, Obama, il capo dello Stato capitalista per eccellenza, lanciò palate di “liquido” per spegnere l'incendio bancario e rimettere in piedi l'industria simbolo del capitalismo industriale, la General Motors – quella di cui il generale presidente Eisenhower disse: “Quel che va bene per la G.M va bene per gli USA” - e lo fa marciare alle sue condizioni, alle condizioni dettate dal governo: fino a ieri “vade retro!”.
E allora? La dittatura chiamatela pure del proletariato è non strumento, ma negazione mortale della società giusta; il mercato “sovrano” distrugge la società e deve essere temperato dalla mano pubblica in coordinamento con la mano “invisibile”.
Queste sono le conclusioni alle quali siamo giunti: ma questo, compagni, è il socialismo democratico e riformista per il quale sovrano è il popolo che decide nelle sue espressioni democratiche – prima fra tutte il Parlamento – quali sono i fini; artefice nei suoi molteplici strumenti, soprattutto il mercato. Invece a risanare la situazione tenteranno “lor signori” che seppure non personalmente responsabili sono pur sempre “gli amici degli amici”.
Avevamo un avversario storico, il capitalismo, e un concorrente ostile, il comunismo. Il secondo ci ha dato ragione sulla democrazia; il primo sull'essenziale: sul liberismo. Abbiamo ideologicamente vinto! Se ne accorgerà qualcuno a Perugia per dire “compagni, da qui si riparte: abbiamo davanti i secoli ma la storia non finisce e il cammino deve iniziare ex novo?” Spero che a Perugia non si discuta di come sopravvivere nelle pieghe di questo mondo orribile, ma di come lottare per far vivere o rivivere il socialismo. Questo è il mio augurio al congresso. Paradossale?