Alla vigilia del nostro Congresso, che dobbiamo considerare quello della rinascita del Partito Socialista senza il quale non si può concepire una corretta gestione sociale e democratica del potere, vale la pena di sgomberare il terreno storico dalla menzogna di una motivazione morale della crisi che ha annientato, insieme con il nostro, tutti i partiti della Prima Repubblica, i partiti laici, repubblicani, cattolici. Incluso però quel PCI che le Procure hanno risparmiato, ma che ha finito per suicidarsi pur di non riconoscere, accanto ai suoi grandi meriti, le pesanti responsabilità filo-societiche e la indiscutibile supremazia dei principi socialdemocratici.
La motivazione morale con cui le Procure hanno distrutto il patrimonio inestimabile del progresso politico, civile, economico, culturale della Prima Repubblica, ha colpito soprattutto il nostro Partito e il leader, Bettino Craxi, che in quel momento storico ne incarnava programma ed aspirazioni. Segretario del PSI, vice-segretario dell’Internazionale socialista e continuatore della generosa apertura di Willy Brandt ai paesi del terzo Mondo, presidente del Consiglio a livello dei migliori della storia italiana, l’allievo di Nenni è stato processato e condannato, nell’ambito della cosiddetta inchiesta di Mani Pulite, come un protagonista del finanziamento illegale del partito che lo avrebbe personalmente arricchito.
Il finanziamento illegale esisteva, naturalmente, ma per tutti i partiti della Prima Repubblica, alcuni dei quali garantiti da un concreto sostegno degli americani e dei sovietici, su cui si è elegantemente sorvolato. L’appello pubblico di Craxi alla Camera perché ciascuno ammettesse le proprie responsabilità, è stato lasciato vilmente cadere, e l’unico presidente socialista della storia democratica è morto in esilio, ammalato e povero. Che fosse ammalato lo ammettono tutti, che sia morto povero – come ben sapevamo noi, suoi compagni e collaboratori – lo dice oggi l’ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in un interessantissimo libro-intervista, ad Andrea Cangini che reca un titolo bizzarro; “Fotti il potere”, ma anche una testimonianza coraggiosa e disinteressata su Bettino che ci ha commossi.
Assicura Francesco Cossiga che, “anche se la gente non ci crede, Bettino Craxi morì povero”. O comunque non ricco. Un caso, il suo, per certi aspetti paradossale. Quando era segretario del Psi, Claudio Signorile era colui che nel partito più si batteva per favorire il ritorno alla politica del “compromesso storico” attraverso un governo guidato da Giulio Andreotti. Craxi era contrario, e quando scoprì che una considerevole quota della maxitangente Eni Petromin era finita nelle disponibilità di Signorile per sostenerne il progetto, decise di avocare a sé l’intera gestione dei finanziamenti al partito.
Fu la rovina, sostiene Cossiga. “Da quel momento in poi Bettino fece personalmente quel che gli altri leader lasciavano opportunamente fare al tesoriere del partito: si sporcò le mani, e facilitò così il compito di quei magistrati ansiosi di incastrarlo”. Ma quei soldi a Craxi servivano. Gli servivano per fare politica. Gli servivano come spiega l'ex Presidente, per “incunearsi tra la Dc, che poteva contare sulle consistenti provvigioni che le venivano dall’industria pubblica e dagli Stati Uniti. E il Pci, che poteva invece fare affidamento sulla solidarietà internazionalista dell’Unione Sovietica, che attraverso il KGB recapitava regolarmente pesanti valigie zeppe di soldi - dollari e non rubli - a Botteghe Oscure, oltre che sul considerevole volume d’affari del variegato mondo cooperativo. E, come tutti, sulle generose mazzette dell’Eni”.
Del resto “persino l’austero Alcide De Gasperi” ricorda Cossiga, “nonostante la saldissima tempra morale che indubbiamente lo contraddistingueva, attraverso gli Stati Uniti e la Confindustria, fu un grande dispensatore di denaro per la politica, e lo riversava non solo alla Dc ma a tutti i partiti anticomunisti”,
Per cui, non avendo né dollari né rubli né amici confindustriali e volendo competere alla pari con i due giganti incarnati nella Dc e nel Pci, il piccolo Partito socialista fu, per così dire, costretto a non andare tanto per il sottile”.
Craxi assicura il Presidente, “morì povero”. Cangini, il suo biografo racconta che in una ventosa mattinata di gennaio ad Hammamet seduta sotto il mitico carrubo secolare che nel giardino della sua villa tunisina cha fatto da sfondo a mille interviste di Bettino, Stefania Craxi, piangendo, raccontò di certe lettere del padre, “che dall’esilio chiedeva a me se potevo mandargli dei soldi perché era rimasto senza una lira e non sapeva come fare per tirate avanti”.