Avanti della domenica

N. 9 del 4 aprile 2010

Emanuele Pecheux - Benedetta Par Condicio
domenica 4 aprile 2010


Scrive Aldo Grasso: "La politica è effetto di scena e la censura il peggiore dei suoi effetti, un indice di stupidità, ma spesso il rumore delle piazze, delle adunate, degli applausi ottunde le menti e copre i pensieri."
Il critico televisivo del Corsera ha efficacemente fotografato e sintetizzato  lo stato delle cose nel nostro Paese al termine di una campagna elettorale culminata con l'adunata telematica giustizialista di San Toro che con i suoi sodali è stato uno, forse il maggiore, tra i protagonisti delle  ultime quattro settimane.
Un Paese il nostro che, grazie a gente simile,  ha da tempo smarrito la percezione di ciò che deve essere una corretta informazione.
Intendiamoci: il fenomeno dell' informazione che travalica dai suoi compiti e pretende di orientare l'opinione pubblica  bypassando la politica, in Italia non è proprio nuovissimo.
La lenta ma costante erosione portata dai media al sistema della politica, sempre meno attrezzato a farvi fronte anche a causa della desolante modestia espressa dalla classe dirigente della seconda repubblica, ha trovato il proprio climax negli ultimi 2 anni nei quali il partito dell'antipolitica informativa è andato ingrossandosi con significative new entry (si pensi ad un giornale come Il Fatto) al punto che chi si è posto il problema, ricoprendo un ruolo istituzionale, di garantire almeno sulle reti pubbliche, un'informazione politica il più possibile completa e obbiettiva come il radicale Marco Beltrandi, è stato sottoposto ad un crucifige mediatico e dipinto come una sorta di censore moderno.
Va al contrario affermato che la  tanto vituperata par condicio che Beltrandi con la sua azione ha imposto che venisse applicata nel servizio pubblico radiotelevisivo ha consentito, ad esempio,  che una forza come il PSI uscisse dalla clandestinità se non dall'invisibilità alla quale, non è chiaro in forza di quale criterio,  è stata consegnata dal sistema mediatico, pubblico e privato, dal 2008.
Ancorchè in misura minima e in orari quasi antelucani è stato reso possibile ai socialisti l'accesso al mezzo televisivo pubblico (e, sia pure in misura ancora minore a quello commerciale), far udire la loro voce, mostrare il loro simbolo, parlare dei propri programmi.
Certo, data l'estemporaneità e la transitorietà della norma, non in modo sistematico e forse neppure efficace. Ma domandiamoci che cosa sarebbe successo se la danza fosse stata condotta unicamente dai Santoro, Floris, Annunziata, Vespa e compagnia.
Sarebbe proseguita (e c'è da crederlo, riprenderà) la conventio ad escludendum che colpisce i socialisti, e con loro i cosiddetti piccoli partiti, che, privati dell'accesso ai media, non si vede in quale modo possano competere ad armi pari con i cosiddetti partiti maggiori.
Il tema è in sostanza così riassumibile: quis custodiet  ipsos custodes?
Un Agcom che, praticamente ogni mese richiama,  propina contravvenzioni a Tg pubblici e privati e incassa (non è dato di capire il perchè e che uso venga fatto di quel denaro) le relative salate multe ma che, nei fatti, non sa o non può ristabilire un minimo di equilibrio?
Non c'è dunque da stupirsi che sia costante il desencanto dei cittadini verso le istituzioni democratiche, culminato con l'astensionismo del 28 e 29 marzo, se a dettare l'agenda della politica è rimasta una ristretta oligarchia di editori, direttori di reti televisive, anchormen&women per di più assurti a capipopolo.
Le parole di Grasso assumono, in un simile scenario, un valore che è molto più di un osservazione. Sono la drammatica descrizione di un Paese i cui cittadini  continuano, senza accorgersene,  ad essere progressivamente privati di un diritto che in democrazia è fondamentale: conoscere per decidere.
Condannati, in altre parole, ad essere sudditi.
Non solo di Berlusconi.