Di Pietro, Travaglio & C. esprimono la loro indignazione angosciata dopo ogni esternazione del Cavaliere; e gridano alla dittatura incipiente; e invocano, a contrastarla, Cln e tribunali.
Sbagliano; nel merito ma anche nel metodo. Perché a liquidare, in definitiva (politicamente, s’intende), il Nostro non saranno le cose che gli altri dicono di lui; ma ciò che lui stesso dice di sé e degli altri.
Un dittatore? Ma i dittatori, quelli veri, totalitari o semplici “caudillos” si definiscono, essenzialmente, nella loro percezione del Nemico e nella loro capacità di distruggerlo. Con silenziosa efficienza. Nell’universo berlusconiano, invece, il Nemico è sempre una dolorosa sorpresa.
Si è parlato, a questo riguardo, di Beautiful e di Dallas; come proiezione del mondo confezionata dal Nostro ad uso e consumo del ‘popolo bue’. L’inganno c’è; ma è anche autoinganno. Perché il Cavaliere è J.R., ma anche il capo della Forrester; uno che ha licenza di comportarsi nel modo più disinvolto possibile; ma che aspira anche ad essere ammirato dagli imprenditori che ha rovinato e dalle mogli che ha abbandonato lungo la strada.
Il Nostro parla sempre di amore; ma in un giuoco di specchi in cui, a dominare, è la proprietà transitiva. Ama tutti; ma come proiezione dell’amore che nutre per sé stesso; ama dunque l’amore che la gente ha per lui. Un amore che sente di meritare; perché, se dipendesse da lui darebbe agli italiani non solo il necessario, ma anche il superfluo; anzi, soprattutto il superfluo.
E però le cose non funzionano come dovrebbero; e non solo perché ci sono i Nemici, ma perché l’Italia non è un’azienda; e perché le Cose si oppongono alle buone intenzioni.
E qui il Cavaliere perde la bussola; e con essa il senso del reale. Travaglio e Di Pietro non costituiscono un problema per lui; sono, infatti, la dimostrazione vivente di una opposizione esagerata perché accecata, appunto, dall’odio. Ma, quando ad opporsi, o più esattamente a non aderire passivamente ai disegni di Berlusconi, è la normalità dei fatti - politici, istituzionali, sociali o di qualunque altro tipo - il Nostro non sa più cosa dire e, soprattutto, cosa fare: sino a prendersela (con i comunisti?) quando la Questura fa la sua consueta valutazione, al ribasso perché realistica, dei partecipanti all’ultima adunata oceanica indetta dal Presidente del Consiglio.
Mediti, il Cavaliere, sull’esempio di Serse, sovrano persiano, condannato al ridicolo da millenni, per avere percosso con il suo scettro le acque dell’Ellesponto in tempesta, colpevoli di avere ritardato il passaggio delle sue truppe, in marcia verso Atene. E il Re dei Re aveva compiuto un gesto di puro dispetto; senza illudersi di poterle calmare; e soprattutto senza attribuire la tempesta ai “comunisti” annidati nella stessa Atene.