Incontriamo Luigi Angeletti, reduce dal XV congresso della UIL che l’ha riconfermata per la terza volta segretario e nel corso del quale ha sottolineato che non si deve “restare al di qua dell’uscio, a lenire solo le ferite o a soccorrere i perdenti” perché la crisi “non è una condanna biblica”.
Quando si chiuderà questo ciclo negativo?
Non possiamo ancora considerare conclusa questa crisi perché i dati occupazionali continuano ad essere caratterizzati dal segno negativo e perché ancora troppi sono i posti di lavoro a rischio.
Noi abbiamo chiesto un intervento da parte dello Stato teso a finanziare l’occupazione piuttosto che la disoccupazione. E se siamo riusciti a contenere l’impatto della crisi sull’occupazione, ciò è stato possibile proprio grazie ad una politica degli ammortizzatori sociali che ha consentito di mantenere i lavoratori legati al proprio posto di lavoro.
Ma per l’anno in corso, sono ancora a rischio più di duecentomila posti di lavoro. Ecco perché noi chiediamo al Governo di proseguire nella politica sin qui realizzata e di mettere in campo tutte le risorse necessarie per governare le crisi aziendali ed evitare un disastro economico e sociale. La UIL non può limitarsi alla critica ma vuole sollecitare concretamente questi provvedimenti e costruire percorsi che ne agevolino l’applicazione.
Bisogna salvare l’occupazione, restituire dignità alle persone e offrire una speranza al Paese.
Altro tema particolarmente attuale è quello del fisco. Riduzione delle tasse subito, e non nel 2013, e lotta ad un sistema fiscale ormai vecchio perché basato su interessi solidi da scalfire. Come?
L’attuale sistema fiscale non funziona. Incoraggia l’evasione ed è quanto di più iniquo e inefficace si sia potuto immaginare. Le tasse sul lavoro sono un problema di natura sociale ma soprattutto economica, Ridurle per quelle categorie di lavoratori che le pagano regolarmente non è semplicemente una questione di giustizia sociale ma rappresenta anche l’unica politica economica in grado di aiutare il Paese ad uscire dalla crisi.
La riforma fiscale, da noi rivendicata, non può che basarsi su una riduzione di tasse sul lavoro dipendente, magari anche attraverso un sistema di deduzioni. Così come pensiamo che, invece di introdurre il tanto celebrato quoziente familiare, sia più efficace, per sostenere sul serio le famiglie, introdurre un bonus per ogni figlio a carico.
Ma soprattutto pensiamo che, con il consenso di tutti, si possa cominciare a costruire un nuovo modello fiscale già dal 2010. Le risorse finanziarie potrebbero derivare da una concreta riduzione dell’evasione e da uno spostamento del carico fiscale sia sulle plusvalenze derivanti dal trading finanziario, sia su alcuni beni di lusso.
Sulla base di queste valutazioni non abbiamo nessuna intenzione di aspettare il 2013: bisogna avviare il confronto già a partire dai prossimi mesi.
Questa riforma è necessaria non solo perché può introdurre elementi di giustizia ma perché può essere un tassello della politica economica a sostegno dei consumi e, quindi, della ripresa.
La nuova normativa prevede l’introduzione dell’arbitrato in caso di controversia: cioè, in caso di licenziamento il lavoratore non potrà rivolgersi alla giustizia ma ad un “arbitro”, una sorta di giudice unico inappellabile. Secondo la CGIL non sarebbe una garanzia per il lavoratore. Qual è la posizione della UIL?
Intanto, è bene chiarire subito che l’arbitrato è un’opzione, un’opportunità in più a disposizione del lavoratore e delle imprese che, insieme, di comune accordo, se vogliono, possono fare ad esso ricorso in alternativa all’ordinario percorso giurisdizionale. Un canale, quest’ultimo, molto ingolfato al punto che, spesso, il dilatare dei tempi impedisce la piena soddisfazione dei diritti dei lavoratori.
L’accesso all’arbitrato consentirebbe di tutelare bene e subito i lavoratori avendo comunque a riferimento sia i principi dell’ordinamento sia le stesse norme giuridiche che vanno poste esplicitamente alla base della pretesa con cui si invoca il lodo.
Peraltro, l’arbitrato non ha nulla a che vedere con la libertà di licenziare né esso può essere imposto al momento dell’assunzione. Non indebolisce né vanifica l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Comunque, penso che questo tema, così come molte altre questioni relative al lavoro, debba essere oggetto di discussione e decisione tra le parti sociali. Ed è esattamente ciò che è stato convenuto con la sottoscrizione della dichiarazione comune tra le parti sociali – ad eccezione della Cgil – avvenuta alcuni giorni or sono al Ministero del Lavoro. Vogliamo puntare ad un avviso comune per consentire ai contratti collettivi di regolamentare le modalità concrete di accesso agli strumenti di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro e, in particolare, l’ambito di operatività e gli effetti dell’arbitrato.