Domenica e lunedì' circa 40 milioni di italiani saranno interessati dal voto per scegliere i Presidenti di 13 regioni e qualche migliaio di amministratori locali, ma a leggere le cronache di queste settimane di campagna elettorale sembrano essere più' consultazioni politiche nazionali che elezioni locali.
In una paese che non riesce ad uscire dalla crisi, che ha chiuso il 2009 perdendo oltre il 5% del Pil, peggior risltato degli ultimi 40 anni, che ha visto sparire quasi un milione di posti di lavoro ed ha aumentato il ricorso alla cassa integrazione del 900% ( raddoppiata nella durata) e' probabilmente naturale che il voto regionale si trasformi in un referendum sul governo, pro o contro Berlusconi.
Il premier d'altra parte sembra esserne consapevole e con un economia che annaspa, lo scandalo sul G8 ed il pasticcio delle liste non trova di meglio che organizzare un'adunata surreale di militanti filogovernativi che protestano contro l'opposizione che nel mondo e' possibile vedere solo nella Corea del Nord di Kim Jong Il, nell'Iran di Ahmadinejad e nella Bielorussia del suo amico Lukashenko. Ma l'incantesimo sembra oramai essersi spezzato e la sintonia tra il premier e quelle ampie fasce di elettori che lo hanno sostenuto fino a poche mesi fa sembra in grave crisi: gli stessi slogan di Berlusconi contro la magistratura non trovano grande comprensione nei tanti italiani che vedono ben altri problemi al vertice delle proprie preoccupazioni.
L'opposizione deve ora dimostrarsi credibile come alternativa di governo: se Piazza del Popolo ha avuto un merito e' stato quello di aver indicato un nuovo inzio, una coalizione più' coesa che ha l'ambizione di governare il Paese: e' un cammino ancora lungo che il voto del 28 e 29 puo' rafforzare.
Sono elezioni regionali, ma quasi a nessuno sembra importare...