La società aperta non conosce modelli utopici cui ispirarsi, né si forma per vie prefissate, né prevede punti finali d’equilibrio: possiamo definirla come quella società che nel concreto realizzi le massime condizioni empiricamente verificabili di libera espressione e promozione delle capacità, volontà ed aspirazioni di individui, gruppi, imprese. Gli sviluppi della civiltà industriale hanno portato la democrazia liberale ad affermarsi come la forma politica di una società più aperta, libera e partecipata di quanto non sia mai stato nella storia dell’umanità. Ma è insito nella mentalità liberale ritenere che ogni evoluzione porti con sé al tempo stesso nuove chances di libertà e nuovi rischi di illibertà, che non trovano spiegazioni o risposte nelle certezze dell’ideologia.
Il non fare del liberismo l’ideologia di un invariabile modello sociale, apre al pensiero liberale la strada verso campi di iniziativa comune con esperienze avviate nei movimenti laburisti e socialisti e che, parallelamente e con altrettanto empirismo, hanno riconosciuto i limiti del materialismo storico nelle sue implicazioni totalizzanti e la sua conseguente inadeguatezza a favorire e realizzare processi di progresso civile e sociale.
Per una larghissima parte del movimento socialista, l’aver iniziato a constatare come quelle stesse libertà che i massimalisti definivano con sufficienza come borghesi abbiano avuto l’effetto di promuovere lo sviluppo del movimento operaio e l’avvio della legislazione sociale, come lo statalismo non arrivasse a dare risposte adeguate a quelle stesse istanze di giustizia sociale che erano alla radice del socialismo, ed ancora come non fosse ragionevole sostenere che un’eguaglianza perseguita col sostegno di uno stato invasivo potesse affiancarsi alle libertà, ha fatto sì che venissero poste le premesse per il confronto con la democrazia liberale.
Ciò è significativamente maturato nelle esperienze parlamentari socialiste e laburiste, prima dai banchi dell’opposizione, poi da quelli di maggioranza e di governo, ed ha trovato conferma in una mobilità sociale fortemente aumentata e nei processi di differenziazione realizzatisi nella società industriale. Se le concezioni liberali e quelle socialiste trovano entrambe origine nella comune affermazione dell’inviolabilità e dignità di qualsiasi uomo, da esprimere mediante l’uso della ragione, e da verificare nel trasformarsi della società in ogni suo aspetto, evidentemente ciò parte da affini convinzioni filosofiche che hanno nell’illuminismo le loro radici e nell’empirismo le proprie premesse di metodo, partendo dal concepire individui e gruppi come soggetti portatori di diritti esercitati razionalmente, garantiti dalla collettività organizzata in Stato, con la conseguenza necessaria dell’esistenza dei doveri.
Per un liberale questa convinzione si manifesta nella ricerca di una società aperta ed inclusiva, per concludere che “le” libertà debbano portare all’affermazione della più efficace e giusta forma di equità, quella fondata sul merito all’interno di rapporti sociali ed economici mobili, dinamici e competitivi; dove le differenze sociali ed economiche derivino dalle scelte individuali e, all’interno di queste, dalle capacità; dove le differenze, oltre a non aver rilevanza giuridica, non comportino diversità di chances e non conducano al formarsi di caste inviolabili; dove comunque sia assicurato un adeguato grado di protezione ai più deboli; e dove una democrazia fondata sulla rappresentanza politica consenta la partecipazione dei cittadini alle decisioni. Il socialismo aperto alle libertà manifesta quella stessa convinzione partendo dalla ricerca di una società equa. Questa comune consapevolezza deve condurre a punti di vista ed a politiche comuni riguardanti la vita democratica, i diritti civili ed individuali, la scuola, il welfare e le politiche sociali, la fiscalità, il funzionamento dello Stato, la libertà economica e la gestione delle risorse e dell’ambiente. Non è infondato il sospetto che l’enorme ritardo che l’Italia ha accumulato su questi temi sia conseguenza di un incontro mai avvenuto tra liberalismo e socialismo, se non sulle pagine di qualche “grande” libro, a differenza di altri Paesi.
* Coordinatore
dell’Associazione LibLab