L'OSPITE - Sovraffollamento e mancanza di cure. Pistoia, un brutto carcere come gli altri
Antonio Sammartino - Recuperare i detenuti un vantaggio per noi tutti
mercoledì 26 maggio 2010
Il carcere di Pistoia soffre come tutti i carceri il problema del sovraffollamento: 140/150 detenuti su una capienza tollerabile di 80.
Nella parte del carcere adibita all’isolamento, quindi per un solo detenuto, dove transitano coloro che sono in attesa della conferma degli arresti e anche i detenuti sottoposti a misure disciplinari, ve ne sono regolarmente in ogni singola cella 2/3, in spazi ristrettissimi.
All’interno della sezione dell’Istituto, al 1° piano, le celle sono di circa 6 mq e sono ristretti, nel vero senso della parola, 3 – 4 detenuti, quando la capienza prevista sarebbe al massimo per 2 persone. Al 2° piano vi sono celle che sarebbero per 3, 4 detenuti al massimo e ve ne sono regolarmente 6; e sempre al secondo piano altre celle, che sarebbero per una capienza di 5/6 , ve ne sono regolarmente 9.
Per chi è ammesso al lavoro interno, anche se è prevista una turnazione sono comunque pochi i detenuti lavoranti, sono autorizzati, (escluso per chi svolge la funzione di cuoco, aiuto cuoco e lavori di manutenzione straordinaria), solamente per poche ore giornaliere e per mansioni non tanto gratificanti come lo scopino, pulire le docce, portare i sacchi dello sporco, ecc. Chi non lavora, i più, stanno prevalentemente in cella. Sono ammesse solamente 2 uscite all’aria aperta di 1 ora ciascuno.
Lascio immaginare a voi le condizioni igienico sanitarie, la pericolosità per il contagio delle malattie, la mancanza di adeguate cure mediche e visite specialistiche. Gli unici farmaci che non mancano mai sono gli psicofarmaci.
Il dramma è reale e a dimostrazione di questo, tanto ce ne fosse bisogno, è da ricordare il tentato suicidio di un cittadino tunisino, fortunatamente non riuscito per il tempismo degli agenti carcerari, residente a Pistoia, con problemi trascorsi di tossicodipendenza, e che pochi mesi prima ha perso la compagna che si è suicidata nel carcere di Sollicciano.
Nella fase attuale assistiamo all’ingresso di detenuti con forti problematiche di tipo sanitario, psicologico e sempre più spesso di tipo psichiatrico che, qualora vigesse lo stato di diritto, sarebbero inseriti in altre strutture più idonee per curare le patologie che presentono. Unita a questa condizione di forte disagio gli stessi sono molte volte imputati, con pene severe, di reati di scarsa pericolosità sociale: furto di una maglietta, “furto” di bustine di zucchero all’interno di un bar, vendita di vestiti contraffatti (quest’ultimo detenuto, con moglie disoccupata e figlio piccolo è stato condannato ad una pena di più di 3 anni). I colletti bianchi fuori e i disgraziati dentro, ma questo è un altro discorso…
A questo punto scindendo le competenze del Ministero di Grazia e Giustizia e di altre Istituzioni, da quelle dell’Ente Provincia, credo che quest’ultima sul tema del carcere debba :
- Promuovere, incentivare e sostenere azioni di carattere educativo e culturale come il teatro, musica, pittura e quant’altro (la devianza come ricordava Pasolini si combatte prima di tutto con la cultura);
- Sostenere e valorizzare il prezioso lavoro del volontariato penitenziario che si prende cura anche materialmente dei soggetti detenuti (dall’acquisto degli indumenti per chi non ha parenti e non nessuna entrata, al sostegno di natura economica, ecc..). La rieducazione passa anche attraverso la salvaguardia della dignità personale;
- Promuovere attività formative rivolte ai detenuti e ove possibile, tenendo conto degli spazi messi a disposizione dall’istituto, svolgere una tipologia di corsi che abbiano una maggiore rispondenza con il mercato occupazionale;
- Prevedere che almeno una volta/due al mese, un operatore del centro inpiego, faccia l’iscrizione dei detenuti che ne facciano richiesta nelle liste dell’ufficio di collocamento. Questo dopo i due anni di disoccupazione consente all’azienda che volesse assumere, degli sgravi contributivi significativi (legge 407/90);
- Sostenere anche finanziariamente quelle azioni mirate all’inserimento lavorativo rivolto ai detenuti che possono essere ammessi alle misure alternative (come ad esempio la semilibertà e affidamento ai servizi sociali). La legge Gozzini, che regolamenta le misure alternative è un provvedimento legislativo che va difeso perché funziona, registrando delle percentuali bassissime di recidiva dei detenuti ammessi alle misure alternative.
Antonio Sammartino
Segretario regionale della Toscana NPA