“Però il problema esiste, e investe una questione non marginale: è possibile fare cultura in Italia senza ricorrere a strategie dilettantesche? Non è qui messa in discussione la necessità di innovare... Il problema è come modernizzare. Alcune soluzioni della nuova organizzazione mi sono apparse un po’ ingenue... è stato preferito il criterio delle calls, delle chiamate dalle più celebri università straniere, forse nella speranza di una maggiore visibilità mediatica... La mia impressione è che alla guida dell’ istituto si richieda una sorta di manager culturale, non uno studioso con il mio profilo. Per questo ho scelto di andarmene. Sono solo un intellettuale del tipo tradizionale, ma forse questo paese non sa che farsene”. Con queste parole sofferte ma lucidissime Gian Enrico Rusconi commenta su “la Repubblica” del 18 febbraio le proprie dimissioni dalla direzione del Centro per gli Studi Storici italo-germanici della Fondazione Bruno Kessler di Trento.
Una riflessione in profonda consonanza con quella espressa solo pochi giorni dopo, sia pure in un contesto completamente diverso, da Roberto Biscardini nella relazione introduttiva alla conferenza programmatica del P.S.I., svoltasi a Roma il 27 febbraio: “Il socialismo, il socialismo democratico, quello presente sulla scena europea e mondiale, da sempre, non si identifica con le singole persone, men che meno con la personalizzazione della politica... L’esatto opposto di ciò che la Seconda Repubblica vorrebbe dalla politica... ogni possibile ripresa dello spazio socialista, o anche del semplice spazio della cultura liberaldemocratica, deve necessariamente accompagnarsi al superamento della Seconda Repubblica per rimuovere le macerie che ha lasciato sul campo.”
L’analogia appare evidente: di questi tempi la tradizione intellettuale come quella di Rusconi e la tradizione politica come quella del Partito Socialista non vanno affatto di moda. Ciò non significa però che queste tradizioni siano ormai irrimediabilmente scomparse e che non possano ancora offrire i loro frutti più preziosi: “l’inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.” (Norberto Bobbio, “Politica e cultura”, Einaudi 1995, p. 281).
La tradizione liberal-socialista a cui si ispira il Partito Socialista Italiano non offre risposte preconfezionate per la politica universitaria nazionale, ma suggerisce di applicare anche in questo contesto un principio tanto semplice quanto generale: quello del pluralismo, che nel caso specifico si tradurrà nel sostegno a una fioritura di linee di ricerca indipendenti e non rigidamente pianificate, diverse ma trattate con pari dignità. “Conosco molte brave persone - afferma il filosofo Karl Popper affrontando la questione “A cosa crede l’Occidente?” - che considerano una debolezza dell’Occidente il fatto che non possediamo un’idea portante e unitaria... Quest’opinione largamente diffusa è ben comprensibile. Ma la reputo fondamentalmente errata. Dovremmo essere orgogliosi di non possedere un’unica idea, bensì molte idee, buone e cattive... E’ un segno della superiore energia dell’Occidente il fatto che ce lo possiamo permettere.”
*ricercatore all’Università di Trento
e membro della direzione provinciale