Il pasticcio tragicomico delle liste, aggiunto agli scandali che riguardano non il finanziamento illecito dei partiti, come all’inizio degli anni ’90, bensì l’arricchimento personale, porta l’opinione pubblica a ragionare.
Come suggerisce anche l’inchiesta di Ilvio Diamanti (La Repubblica del 7 marzo) i cittadini pensano ormai che i partiti della prima Repubblica fossero molto meglio di quelli della seconda. I partiti artificiali, decisi a tavolino, mostrano la corda sia a destra che a sinistra: PD e PdL “simul stabunt, simul cadunt” (si sono sostenuti a vicenda e forse insieme cadranno).
Questo bipolarismo stesso all’italiana, che ha trasformato la politica in una guerra civile senza fine, appare non il medico, ma la malattia. La sinistra è infatti ostaggio del dipietrismo, ovvero di una forma di populismo illiberale e giustizialista tale da porre in discussione lo Stato di diritto. La destra è ostaggio del leghismo, ovvero di un populismo che mette in pericolo l’unità nazionale.
Si comincia a constatare che nel 1992-94 gli apprendisti stregoni hanno distrutto la prima Repubblica senza un progetto per costruire la seconda. Che è nata storta. Anzi, forse non è mai nata. E che ha fatto perdere all’Italia quasi un ventennio.
Un piccolo partito come il nostro, che da sempre insiste su questi temi, oggi ha qualche carta in più da giocare. Sul piano tattico e immediato, può mantenere una presenza significativa nelle istituzioni con un risultato positivo in queste elezioni regionali, che gli consenta di “avere voce” (primum vivere).
Sul piano strategico, può usare questa voce per una battaglia culturale prima ancora che politica. L’obbiettivo è costruire una consapevolezza molto vasta che si deve chiudere un capitolo catastrofico per aprirne uno nuovo e passare alla terza repubblica. Tale consapevolezza può unire la parte razionale sia della destra che della sinistra. Prima che la crisi delle istituzioni, accompagnata da quella economica, arrivi a un punto di non ritorno.