Nei giorni scorsi, Galli della Loggia e De Rita, commentando la nuova tangentopoli, hanno svolto dei ragionamenti di indubbio interesse. Alle loro analisi, vorrei aggiungere anche una mia considerazione. Mentre nel ‘94-‘95 esisteva ancora una diffusa aspettativa per un generale rinnovamento, oggi questa aspettativa non c’è più: l’Italia non ha più una missione.
Il perché di questo si annida nel processo stesso che portò al crollo della prima repubblica.
In un libro del 1996, il ‘Trionfo del trasformismo. Studio sulla nuova classe dirigente italiana post-tangentopoli’, l’analisi di oltre 4 mila curriculum dimostrò che le epurazioni compiute o subite sull’onda delle inchieste della magistratura, con l’eccezione della Lega, non avevano portato a nessun vero ricambio, ma solo all’emersione delle terze e quarte file dei partiti tradizionali e a un consistente fenomeno di trasformismo.
Il cambio di simboli e casacche, divenne presto un fenomeno che dilagò non solo nel mondo della politica e in tutte le assemblee elettive, ma anche tra i dirigenti di stato e parastato, dalla Rai alle Università.
All’indebolimento della funzione di mediazione del potere politico, ha corrisposto un parallelo rafforzamento delle burocrazie e delle imprese, la radice della nuova tangentopoli.
La crisi della politica ha portato anche alla crisi dei partiti, resi ancora più deboli dopo il ‘92 per due motivi principali: l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province, che conferisce loro un potere pressoché assoluto e sganciato dai partiti di cui sono espressione; la ‘nomina’ dei parlamentari, non più scelti dagli elettori attraverso il sistema delle preferenze.
Oggi i partiti sono come le piramidi di Magritte, svolazzanti nel nulla e questo non è un bene, anche se c’è chi la pensa diversamente.