“La firma dell’accordo di Pomigliano non è né giusta né sbagliata, è inevitabile per salvare i livelli occupazionali”: con efficace sintesi Riccardo Nencini ha voluto sottolineare l’ineluttabilità di un accordo nella consapevolezza che le ragioni stanno da tutte e due le parti e il mercato dell’auto è globalizzato e sfugge al controllo della Fiat come della Fiom. Il rischio vero di questa vicenda appare quindi che lo stesso possa costituire un pericoloso precedente su come si affronta la sfida della globalizzazione.
In questi anni ci si è a lungo interrogati su come incentivare la produzione industriale nel nostro paese limitando la concorrenza che ci viene da dentro e fuori l’Unione Europea, specie dopo l’allargamento a 27:
L’obiettivo, per i riformisti, è sempre stato quello di esportare diritti e garanzie per i lavoratori nei paesi più arretrati sul terreno delle tutele:oggi, per la prima volta, e con un preoccupante largo consenso del governo ma anche dell’opposizione, si accetta l’idea di competere diminuendo quelle presenti nel nostro ordinamento.
Pomigliano non può dunque essere un in alcun modo un modello perché importare ed impiantare il sistema polacco o coreano, provocherebbe un pesante squilibrio soprattutto sul fronte dei diritti dei lavoratori, ma anche perchè rappresenterebbe un mero palliativo per un’economia la cui crescita dipende anche dal reddito degli operai e dalle loro condizioni di vita.
La risposta, ne siamo altrettanto convinti, non può però neanche essere il muro contro muro tra Fiat e Fiom, che, ne siamo certi, non produrra’ nulla di buono ne’ per gli uni ne’ per gli altri e soprattutto per i lavoratori di Pomigliano.
Quando tra le parti sociali non si trova un’intesa, quando il mercato rischia di produrre distorsione ecco dunque la necessità di un intervento dello Stato: con uno slogan che sembra uno scioglilingua “Tra la Fiom e la Fiat i socialisti scelgono i Fas, il Fse, il Fesr” abbiamo appunto voluto segnare l’assenza di un interlocutore istituzionale che in momenti di crisi può e deve svolgere un ruolo di mediazione.
Si utilizzino dunque i Fondi, nazionali e comunitari, assegnati alla Campania per formare il personale, convertire le linee produttive, modernizzare lo stabilimento e così la Fiat otterrà quell’aumento di produttività tanto invocato senza che i lavoratori ne paghino il prezzo in termini di compressione di diritti e garanzie.
Il risultato del referendum dei lavoratori, al di là delle percentuali – 63% i sì, 36% i no – segna una sconfitta collettiva: perdono i dipendenti, divisi al proprio interno e quindi più deboli, perde la Fiat, che non elimina il pericolo di conflitti in grado di minare l’intesa, perde la politica, che non ha saputo mediare ed in definitiva perde l’Italia, più debole nella rete di produzione sociale.
Quanto servirebbe un grande partito socialista in questo paese...