Le proposte FIAT per Pomigliano d’Arco non vanno giudicate soltanto in rapporto al singolo investimento produttivo: è fin troppo evidente che – almeno per quanto concerne i grandi impianti, quelle che definivamo un tempo le “grandi fabbriche” – ci troviamo di fronte ad una vertenza-pilota, destinata a riverberare i suoi effetti sull’intero sistema delle relazioni industriali, probabilmente non soltanto sul piano nazionale. In effetti si tratta del primo grande accordo proposto quale “effetto oggettivo” della globalizzazione.
La vicenda merita di essere approfondita proprio perché è carica di possibili tentazioni imitative e di reazioni a cascata; particolarmente in un periodo di crisi (economica, sociale, occupazionale) nella quale il potere contrattuale dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali risulta obbiettivamente indebolito e comunque più facilmente condizionabile.
Ora, la questione più stridente che l’ipotesi Pomigliano solleva è che – di fronte ad una proposta fortemente innovativa riguardante l’intero processo produttivo – non vi sia stata praticamente la possibilità di svolgere nessun effettivo “negoziato”.
C’è stata una impostazione fin dall’inizio molto ancorata al “bere, o affogare” che ha condizionato pesantemente quella che molto generosamente si può definire “trattativa”; lo stesso referendum tra i lavoratori ha dovuto fare i conti con questo vincolo costrittivo, ai confini del ricattatorio.
Ora in linea di principio, se quello che viene posto sul fronte delle relazioni industriali è il tema del governo dell’innovazione, della competitività e dello stare nei vincoli imposti dalla globalizzazione, allora la sfida non dovrebbe che essere accolta. Con tutte le modularità e le flessibilità necessarie a garantire – per ogni investimento effettuato – produttività e remunerazione adeguate. Tuttavia è proprio questa necessità di adeguare costantemente ritmi e processi produttivi alle esigenze del mercato che rischia in ogni momento di rendere più “scoperta” e debole la condizione lavorativa. Per questo sosteniamo da sempre che la maggiore flessibilità del lavoro dovrebbe corrispondere ad un rafforzamento di diritti e tutele per i prestatori d’opera, non al loro contrario. Insomma: più flessibilità, più diritti.
E’ questo livello di problematiche che risulta colpevolmente in ombra dalle intese su Pomigliano. Le questioni poste maggiormente in evidenza sono state quelle relative al diritto di sciopero e ai problemi dell’assenteismo per causa di malattia. Ma questi non sono che l’espressione – concisa e abbreviata - di un problema più profondo e più vasto: quello relativo ad una situazione di eccessivo dominio della parte datoriale, e di eccessiva subordinazione della controparte sindacale.
Su entrambi questi eccessi è necessario riflettere e intervenire. Non per alzare anacronistici e antistorici cartelli dei No. Bensì per collocare entro un itinerario condiviso un moderno, innovativo sistema di relazioni industriali, nel quale il negoziato, la contrattazione, risultino lo strumento obbligato che favorisce lo sviluppo consapevole del processo produttivo.
Si fa molta fatica a riconoscere nella proposta Marchionne queste caratteristiche. E’ una proposta che non nasconde il suo intento, mirato a comprimere diritti e protagonismo dei lavoratori, perciò rischiosa e da valutare con le molle. Ha un bel dire il ministro Tremonti che l’accordo segna la “rivincita dei riformisti”. Cosa ci sia di riformista in un progetto che certifica l’assoluta mano libera del capitale e lo smantellamento progressivo di pezzi e pezzetti di stato sociale, l’ineffabile ministro un giorno ce lo spiegherà. E, forse, qualche spiegazione in più dovranno darla anche la FIM e la UILM. Giusto stigmatizzare i ritardi di una FIOM troppo pregiudizialmente antagonista. Ma giusto anche non appiattirsi troppo velocemente alle “superiori” esigenze della controparte. La linea Marchionne sta costruendo una tendenza destinata ad essere replicata.
Anche perché è una linea di tendenza fortemente sostenuta e avallata dalla Confindustria e dal Governo, a partire dal ministro del lavoro.
Da Pomigliano nasce un forte segnale che riguarda tutte le forze sociali, in primo luogo il Sindacato dei lavoratori: quello Confederale allo stesso modo di quello di categoria. Sarebbe delittuoso non tenerne conto e soprattutto non ricercare ovunque possibile, unitariamente, le più adeguate contromisure.