Avanti della domenica

N. 5 del 7 marzo 2010

Emanuele Pecheux e Zenobia - La dittatura dell'anchorman
domenica 7 marzo 2010

In Italia ad essere malata non è solo la politica: lo è molto di più l’informazione televisiva lasciata nelle mani di gente che, da tempo, ha perso il senso della misura e si comporta con faziosità ed arroganza insopportabili.
Vale per i signori della televisione pubblica,  ma anche per gli ineffabili direttori del serraglio informativo della tivù commerciale, tutti attori protagonisti e consapevoli, indossando casacche diverse e talvolta scambiandosele, della messa in scena di un regime che ha ormai assunto le sembianze della demokratura televisiva putiniana.
Lor signori ogni qualvolta qualcuno osa tentare di mutare questo stato di cose, come ha fatto il radicale Beltrandi, alla stregua di personaggi che sembrano usciti dalla fantasia di quel socialistaccio di George Orwell, principiano a strillare, a invocare i sacri princìpi della libertà d’informazione di cui si sentono gli unici tutori, offrendo il proscenio alla berciante solidarietà agli aedi delle note compagnie di giro e infine interpretando a loro piacimento le (poche) regole che la balbettante Commissione di vigilanza e il timido Garante per le comunicazioni cercano di stabilire, almeno nel corso delle campagne elettorali.
Nel paese delle corporazioni degli intoccabili (e quella dei giornalisti lo è, eccome se lo è) chi non ne fa parte non può che assistere sgomento a simili levate d’ingegno.
Al punto che il Duo-Manetta di Annozero è giunto persino ad inscenare  la pantomima di una lite con minacce di abbandono del SaintJust de noantri, a suo dire, offeso dalle insinuazioni rivolte alla sua sacra persona da altri, usurpatori dell’arte nella quale eccelle.
Dicono i bene informati, che trattavasi di fiction, utile alla crescita dello share. C’è da crederci.
Emanuele Pecheux



Nel dopoguerra il cinegiornale Luce, megafono del regime, antesignano della Tv di Stato, venne sostituito da altri cinegiornali, più o meno equamente controllati dai principali partiti della prima repubblica.
Servivano a dare il tempo agli operatori per cambiare le bobine nel proiettore, ma anche per informare (poco) e per fare pubblicità (politica e commerciale) molta.
C’erano anche dei premi inventati a bella posta per dare l’opportunità di riprendere e commentare la scena del ritiro della targa/statuetta/medaglia. Un po’ come il taglio dei nastri di certe opere pubbliche, inaugurate oggigiorno più volte, prima, durante e dopo i lavori, dal presidente del consiglio, ministro o sottosegretario di turno. Era roba che non funzionava, neppure per il committente. Difatti non c’è più da trent’anni.
Chi di mestiere fa il giornalista e sta dall’altra parte, assiste ormai da anni a un costante e inarrestabile peggioramento delle condizioni in cui si fa informazione.
I politici, tutti, pretendono di esserci.
L’editore, il direttore, pretendono con qualche ragione, che il prodotto sia ‘edibile’.
Infatti, se fa schifo, il lettore non compra il giornale, il telespettatore esercita il suo diritto alla zapping. In una parola ci si gira dall’altra parte. Conclusione, il prodotto non si vende.
Santoro, Floris, Vespa e gli altri, sono certamente di parte. Con gradi diversi, tutti lo sono, ma la loro innegabile professionalità fa diventare spettacolo di successo, dibattiti tra politici che altrimenti sarebbero invedibili e invendibili.
Però, per quanta buona volontà ci mettano, devono avere tra le mani un po’ di materia prima. E allora chiediamoci con grande onestà: siamo sicuri che tutti i politici abbiano qualche idea da comunicare? L’alternativa è tornare ai cinegiornali Luce.

Zenobia