Avanti della domenica

N. 4 del 28 febbraio 2010

Dalla Gelmini una legge di "tagli" che non investe sul futuro
Maria Squarcione - Scuola, una riforma senz'anima
domenica 28 febbraio 2010



Questo freddo riordino amministrativo, esibito enfaticamente come una legge “epocale” dalla ministra Gelmini, purtroppo manca della prerogativa fondamentale di una riforma: un’idea di sé, un’ipotesi di fondo che la connoti e che, di conseguenza, espliciti qual è l’ipotesi di futuro che, attraverso la formazione dei nostri giovani, l’Italia intende promuovere. Il provvedimento Gelmini semplifica invece di razionalizzare; sottrae risorse piuttosto che investire; in alcuni casi quasi abbassa il limite dell’obbligo scolastico invece di innalzarlo, come dovrebbe essere; non affronta il tema cruciale del reclutamento della classe docente. Mancando di quell’ethos necessario per un settore così delicato e strategico, questa legge affronta senza un’idea innovativa, l’inarrestabile declino della scuola pubblica italiana, che non solo è drammaticamente marginale rispetto allo sviluppo culturale e civile del Paese, ma non è neanche più in grado di offrire una solida cultura di base: solo il 20% degli italiani sa veramente leggere, scrivere e contare e anche tra i laureati vige, in alta percentuale, un sostanziale analfabetismo.
In questo quadro drammatico andrebbe dunque pensata una vera riforma della scuola media, il settore più a rischio del nostro sistema scolastico, che potrebbe prevedere due settori: il primo, ampliato a cinque anni – dai 12 ai 16 - in grado di fornire la vera fisonomia culturale di base, gestito con gli strumenti più avanzati, in un tempo scolastico ampio, ancora strutturato in classi. Una scuola media davvero formativa, improntata ad un sano equilibrio fra teoria - eventualmente organizzata nelle ore della mattinata - e la pratica di laboratori, estendibili nel pomeriggio. Una scuola media ricca di saperi tecnologici, ma che non trascuri la promozione delle conoscenze scientifiche - di cui soffriamo un deficit davvero preoccupante - e di quelle umanistiche, dalla letteratura e dalla filosofia - che ancora rappresentano il plus del nostro modello formativo - alla storia e alla geografia, ormai fruibili attraverso sistemi tecnologici davvero molto amichevoli.
Assicurata una solida formazione di base, questo approccio olistico alla persona si dovrebbe specializzare secondo modalità più vicine alla dimensione universitaria. Sarebbero utili infatti, nei tre anni successivi delle “scuole medie superiori”, piuttosto che semplificazioni, lo smantellamento della strutturazione in classi e l’organizzazione della didattica in corsi, secondo un impianto fatto di materie prevalenti e sussidiarie. I corsi delle superiori si avvarrebbero di materie professionalizzanti e dunque obbligatorie per l’indirizzo prescelto, ma consentirebbero una maggiore libertà sulle propedeuticità, comprensive anche di discipline ora solamente trattate all’università, come la sociologia o l’antropologia, che potrebbero legittimamente entrare nel curriculum formativo di qualsiasi indirizzo.
Un sistema simile oltre a garantire una solida e omogenea formazione, che favorirebbe la consapevolezza delle successive scelte, riqualificherebbe i professori. Questi finalmente tornerebbero ad essere pedagoghi professionisti degli anni 2000 che, padroneggiando le nuove tecnologie e grazie alle proprie qualità intellettuali, sarebbero messi in grado di promuovere l’interesse, l’attenzione e, perché no, l’amore per la cultura nei propri allievi.