Gli italiani- o almeno quelli più o meno politicizzati- si dividono grosso modo in tre categorie. C’è Berlusconi e ci sono quelli che lo amano; ci sono quelli che hanno l’antiberlusconismo come ragione di vita; e ci sono quelli che non sopportano né il Cavaliere né i suoi nemici.
Tutte e tre si sentono frustrate. Le prime due, però, perché non hanno raggiunto i loro fini ultimi. Perché Berlusconi non è libero di fare ciò che vuole e, per converso, perché non è ancora ridotto alla condizione di carcerato o di fuggiasco. Il terzo gruppo (cui mi iscrivo “toto corde”) sta invece molto peggio: il percorso virtuoso che sogna, infatti, non è nemmeno iniziato.
Gli altri invece hanno fatto dei bei passi avanti: anche verso l’obbiettivo implicito, ma comune, di disarticolare e incanaglire la società italiana.
Così l’Italia di Berlusconi non sarà mai un incrocio fascistoide tra Venezuela e Bielorussia: il Cavaliere, per nostra fortuna, non è portatore di una “missione”, ma un capo azienda attento ai sondaggi ed agli umori del mercato; perciò non attenterà alle nostre libertà individuali e collettive; tenderà, piuttosto, ogni giorno che passa, a svalorizzare quel sistema di regole, di strutture e di istituzioni in grado di porre queste libertà a servizio della collettività.
I suoi nemici, per altro verso, sanno benissimo che il modello ultimo cui aspirano (una specie di incrocio tra Iran e Turchia - là dove un ristretto gruppo di “giudici” o “guardiani” corregge i verdetti del “popolo bue” stabilendo d’autorità chi ha diritto di governare e di fare politica e chi no - non è proprio alla loro portata. Si contentano perciò di praticarlo al dettaglio, con una costante, e beninteso selettiva, delegittimazione della politica e di coloro che la praticano.
Il “combinato disposto” di tutto questo non è la catastrofe. E’ piuttosto un paese snervato ed iroso, senza punti di riferimento e senza speranze nel futuro.
Un processo, però, che quelli del “né-né”non sembrano in grado di contrastare. Perché?
La versione corrente (quella, per intenderci, sostenuta da Casini) parla del ruolo di interdizione che, in un bipolarismo di “blocco contro blocco”, sarebbe esercitato dagli estremisti nei confronti dei moderati dei due schieramenti.
E’ una spiegazione collaudata, ma che non spiega tutto perché forse il male è più profondo. Ed è perfettamente individuato, tra l’altro, nella relazione introduttiva di Michele Salvati al convegno del correntone di minoranza del Pd, là dove si sostiene, con lo stesso fiato, che il Pd deve sostenere il bipolarismo, ma non può proporre l’alternativa (nel caso specifico, perché le proposte socialiste sono impraticabili, mentre quelle necessarie, anche per il loro scarso appeal elettorale, non potrebbero che essere bipartisan.
Siamo, come si vede, di fronte all’equivalente politico di una sentenza suicida. Siamo di fronte ad un partito “obbligato” al bipolarismo e, nel contempo, oggettivamente incapace di gestirlo in senso alternativo.
E allora questo partito oscillerà tra la “tentazione Udc” (ma senza misurarsi con i relativi prezzi da pagare) e il ritorno alla pratica dell’opposizione, tanto più urlata quanto più simbolica e secondo l’unico modello conosciuto che è appunto quello degli antiberlusconiani doc. Lasciando, ancora una volta, senza rappresentanza i tanti italiani che si rifiutano di scegliere tra Arcore e Anno zero.