Che la mafia (vi comprendo anche ndrangheta e camorra) stia ricevendo dei colpi durissimi è un fatto incontrovertibile: negarne l'entità e l'importanza nella economia generale del fenomeno malavitoso e della lotta che si conduce per ridimensionarlo o cancellarlo sarebbe sciocco.
Il numero degli arrestati e la frequenza delle operazioni di polizia danno ragione al ministro Maroni, quando vanta la forte incidenza e i successi dell'azione repressiva che lo Stato compie, e torto a quanti li svalutano.
Bisogna però chiedersi se la frequenza degli arresti, tra cui, cosa estremamente importante, quelli di latitanti di lungo corso, non nasconda fatti da considerare con grande attenzione, inquadrandoli nel percorso storico della mafia a partire dagli anni immediatamente successivi all'Unità d'Italia.
Nello svolgimento di questo triste fenomeno è possibile infatti distinguere, come è noto, momenti che segnano il superamento di quelli precedenti e l'inizio di un momento nuovo caratterizzato da nuovi interessi e nuove attività consentiti dall'evoluzione della società.
Facendo più specifico riferimento alla prima componente, ricordiamo che alla mafia del feudo - con gli annessi e connessi rapporti con la politica - al servizio del padronato e del vecchio notabilato e attiva nell'800 e poi nel nuovo secolo fin dopo la parentesi fascista -, è seguita, come è noto, la mafia degli appalti e degli interventi speculativi nelle aree urbanizzate, nell'industria e nella finanza, e dopo questa la nuova mafia, ormai completamente sciolta da qualunque subalternità, impegnata nel campo della droga, delle armi, della prostituzione, ecc.
Nei momenti di rottura e di superamento di ciascuna fase abbiamo visto emergere e imporsi uomini nuovi, interpreti di esigenze di tipo diverso dai precedenti e per questo meglio adatti a pilotare la nuova situazione.
La morte o la cella di un carcere è spettata a uomini ritenuti non più idonei e per questo emarginati e abbandonati.
Sono tanti i nomi che si potrebbero fare di uomini messi da parte o "consegnati" alle forze dell'ordine nel momento in cui la mafia è passata a nuove attività e a nuovi livelli richiedenti strumenti, metodi e "uomini di comando" funzionali alle mutate esigenze.
La frequenza delle più recenti operazioni di polizia non può spiegarsi dunque con il superamento di un certo tipo di attività della mafia e il passaggio a una fase nuova? Non si può pensare che la mafia, preparandosi a gestire - senza alcuna delega - interessi nuovi stia rinnovando il proprio "apparato dirigente"?.