Avanti della domenica

N. 3 del 21 febbraio 2010

Canto e Controcanto
Simona Bonfante e Zenobia - La stampa? Mi piace libera, non sovvenzionata
domenica 21 febbraio 2010

Se un partito decide di avviare un’attività editoriale attraverso la quale propagandare le proprie idee, ha ragione a rivendicare, in nome della libera espressione del pensiero, il diritto ad una tutela economica pubblica?
Ora, bene o male che sia, in Italia del servizio informativo offerto dalla stampa (di partito, ma non solo) sostenuta dal denaro pubblico i cittadini dimostrano di poterne fare volentieri a meno. I giornali non li comprano. E non perché siano analfabeti. Ma perché per formarsi un’opinione o per acquisire informazioni si rivolgono alla free press, guardano la tv o smanettano su internet. Utilizzano insomma quegli strumenti market-oriented finanziati attraverso la pubblicità o i canoni di abbonamento.
Un giornale è un’attività imprenditoriale come le altre. L’informazione e le relative chiavi interpretative sono beni primari, come il pane e il vino. Ma a nessun panificatore verrebbe mai in mente di chiedere sovvenzioni pubbliche per garantire la sopravvivenza del proprio business, a prescindere dall’apprezzamento dei consumatori.
L’esistenza di una pluralità di giornali non equivale di per sé a pluralità di informazione.
Un giornale non ha diritto ad essere finanziato con il denaro pubblico per il solo fatto di operare in un mercato il cui bacino d’utenza, l’opinione pubblica, è consustanziale al concetto medesimo di libertà. Un giornale ha diritto di essere libero di scrivere quello che gli pare e come gli pare. Ma ha il dovere di porre sul mercato le proprie idee e le relative chiavi di lettura, ovvero sottoporsi al giudizio di chi, consapevolmente e liberamente, decide se e quanto investire sull’opportunità di beneficiarne – sia esso il lettore o l’inserzionista pubblicitario.
Se in Italia la stampa cartacea è moribonda non può pretendere che la terapia sia il doping elargito coi soldi altrui.
Simona Bonfante

A Urbino ci si può arrivare in tanti modi, ma in treno no. Non più. La stazione ora ospita un bel bar; e basta. La linea Fano-Urbino è stata soppressa. Trasportare poche decine di passeggeri al giorno era economicamente non conveniente. Ma non conveniente per chi? Per le FFSS naturalmente, perché a quei passeggeri il treno conveniva, eccome. Il fatto è che il trasporto ferroviario, al pari degli acquedotti, delle panetterie o delle farmacie, non può essere considerato ‘esclusivamente’ da un punto di vista economico. Tot entrate e tot ricavi; se è in rosso, si chiude. Per questo lo stato interviene, in modi diversi, per sostenere l’interesse collettivo a un servizio ritenuto socialmente utile.
Difatti c’è ancora un prezzo fissato dalla legge per la ‘michetta’ o ‘ciriola’, così come esistono le farmacie comunali. E per quale ragione l’informazione politica, anzi di partito, non dovrebbe essere considerata alla stregua di un servizio socialmente utile? Se l’unico criterio di valutazione deve essere quello del gradimento, che si traduce nell’acquisto della merce, l’unica legge destinata a trionfare, completando la trasformazione del ‘cittadino’ in ‘cliente’, sarà quella dell’audience. Decenni di televisione commerciale hanno pesantemente modificato la cultura di massa e contribuito a ridurre il numero dei lettori, dai libri ai quotidiani, a minimi vergognosi. Nessuno propone di vietare le ‘veline’, ma è ragionevole chiedere che la Rai, servizio pubblico, non usi come unico metro di giudizio l’audience. Per questo paghiamo il canone, per consentire anche ai pochissimi che preferiscono l’opera al Grande Fratello, di accendere la Tv.
Ma, come direbbe Catalano, se il treno in stazione non c’è, non lo si può prendere. Se in edicola non trovo dei giornali che hanno come unico intento quello di dibattere e diffondere idee, non potrò comprarli. Se ne vendono troppo pochi? Embè? Possiamo ragionare su come sostenere la circolazione delle idee, anche facendo pagare qualcosa a chi si nutre solo di una Tv-spazzatura gonfia di pubblicità, ma non sul diritto di una minoranza di continuare a esercitare il bene dell’intelletto.

Zenobia