Avanti della domenica

Articoli N. 16 del 30 maggio 2010

Ultima battaglia quella contro le intercettazioni?
Alberto Benzoni - Berlusconi e il complesso di Serse
mercoledì 26 maggio 2010
Dove andremo a finire? Nessuno è in grado di saperlo. Troppe incognite nell’equazione che dovremmo risolvere. Cominciamo dalla natura del campo. La nostra repubblica e la sua costituzione materiale. Questa non si basa più, e da gran tempo, sul lavoro; ma è sicuramente fondata sulla libertà di intercettazione e di uso della medesima. E in un contesto che non ha proprio nulla a che fare, almeno oggi, con il sistema bipolare; o almeno con quello teorizzato dai suoi improvvidi sostenitori. Berlusconi dovrebbe averlo capito; la legge sulle intercettazioni, almeno nella sua forma attuale, non è un correttivo rispetto ad abusi di magistrati e giornalisti. E’ piuttosto un attacco frontale al terzo ed al quarto potere. Un attacco che colpisce alla base i meccanismi che ne garantiscono il funzionamento. Certo, l’intercettazione di massa e la pubblicazione sui grandi quotidiani di conversazioni che fanno riferimento alle velleità erotiche del cugino di terzo grado dell’usciere di Palazzo Grazioli, sono una brutta cosa. Ma sono anche, come dire, la risposta obbligata ad una società pervasa dall’illegalità di massa; e dove il minare la reputazione di concorrenti e avversari è parte essenziale del discorso politico. Si è parlato, a questo riguardo, di pesca a strascico. Un metodo brutale e indiscriminato. E il paragone calza a pennello. Ma a condizione di ricordare l’ambiente in cui oggi si pesca. Qui non ci sono pochi esemplari, e di pregio, da catturare dopo un’attenta preparazione e con strumenti raffinati. Abbiamo invece un mare torbido, percorso da una quantità di pesci, commestibili o di nessun valore: e allora via con le reti. E’ come, per formulare un esempio meno cruento, una gigantesca battaglia navale, in cui, sui nostri fogli di carta, non ci fosse un riquadro libero: e allora F8 e C2 si equivalgono; perché colpisci comunque. Questo per dire che, nella attuale situazione italiana, il proibizionismo berlusconiano non porta a correggere errori e abusi; colpisce, invece, alla radice l’iniziativa della magistratura e (ebbene sì) la stessa libertà della stampa. Una battaglia, però, senza grandi speranze di successo. Insistere su questa linea avrebbe come unica conseguenza l’urto, frontale, con la prima e la terza carica dello Stato; e si iscriverebbe nella prospettiva di elezioni anticipate che oggi nessuno vuole e che per lo stesso Berlusconi sarebbero una scommessa assai rischiosa (essendo un referendum non sulla sua persona, ma pro o contro il “ritorno alla normalità”). E, allora, l’insistenza del Cavaliere è segno di debolezza, non di forza. Perché riflette i limiti e le distorsioni e della sua personalità e dell’area che rappresenta. Il Nostro è sempre più afflitto dalla “sindrome di Serse” (il re persiano che frustava le onde dell’Ellesponto che non consentivano il passaggio della sua flotta); nel senso di considerare anormale tutto ciò che si contrappone ai suoi disegni ed ai suoi umori. Il vittimismo ha funzionato sino a quando i cattivi erano le èlites o la sempiterna sinistra; oggi, con tutta la grande stampa contro, non regge più. E allora se Berlusconi sembra voler “tenere il punto” (“una legge troppo blanda”; capperi!) è perché, nel caso specifico, la legge proposta non è “ad personam” ma piuttosto “ad aream”; intendendo l’estesissimo campo che va dai faciloni sparpagliati ai delinquenti organizzati, area prosperata sotto il Cavaliere, attraverso la, diciamo così, libera interpretazione del suo “arricchitevi”e che oggi gli chiede protezione contro le minacce attuali e quelle prossime venture. Ora, è difficile che ai passeggeri della nave possa essere offerta la protezione richiesta, a meno che il comandante decida di sfracellarla sugli scogli del conflitto istituzionale aperto e/o delle elezioni anticipate. Ma ciò riduce, da subito, il suo ruolo e la sua autorità. E questo, ecco il punto fondamentale, in un contesto in cui il centro-destra, e l’establishment italiano nel suo insieme, son in grado di discutere del loro futuro non all’indomani di una sconfitta o in presenza di un’alternativa, ma in una “condizione di controllo”. E qui siamo sostanzialmente fuori dallo schema bipolare. Un sistema che presuppone un governo che governa, attuando una linea e, nel contempo, una opposizione pronta a sostituirla in nome di una linea diversa. E, invece, in Italia non è così. Non è un caso che, proprio oggi, nel Pd sia scoppiata la pace. Si proclama la tregua all’interno nella comune consapevolezza di non essere in grado di muovere guerra all’esterno: a partire da un appuntamento elettorale che, se troppo ravvicinato, il Pd sa di non poter vincere. E dunque la palla è oggi nel campo degli altri. Ma non di quelli che prospettano “unità nazionali” allo stato del tutto indistinte oppure un centro-destra senza Berlusconi; soluzioni, ad un tempo troppo ambiziose e vaghe oppure in anticipo rispetto ai tempi. I tempi sono quelli della trasformazione dell’attuale maggioranza in qualcosa di diverso; a partire dall’ipotesi di una nuova leadership, cresciuta per virtù propria e non per designazione altrui. I tempi, non necessariamente brevi, sono insomma quelli di Tremonti: e di un messaggio che si rivolge ad un tempo, alla destra classica ( rigore finanziario) e alla sinistra populista (polemica contro le banche, i poteri forti e il capitalismo finanziario; protezione dell’identità e del lavoro nazionale). Naturalmente questo messaggio è oggi coperto e allusivo; ma, come diceva De Gaulle, “il potere del capo deve ammantarsi di mistero”. E noi? Per noi vale, invece, il messaggio di Cromwell alla vigilia della battaglia: “pregate e tenete le polveri asciutte”. Un messaggio dai contenuti molteplici ma che potremmo, comunque, tradurre così: prepariamoci al meglio agli eventi, restando ciò che siamo.

Alberto Benzoni