Pietracci “highlander”? Ma andiamo. Stiamo parlando qui – se non ho capito male – non di immortalità fisica ma di quella politica, insomma dell’arte di sopravvivere in posizione di potere. Così, stando le cose, la vicenda dei nostri “highlanders” ci ricorda che per rinascere occorre cambiare e costantemente trasformarsi, che so, da guerrieri scozzesi in dignitari saraceni, mercanti italiani o finanzieri newyorkesi. E’ quello che, appunto, hanno fatto tanti tra noi socialisti dopo la grande catastrofe dei primi anni novanta, mettendo la loro capacità e la loro esperienza a servizio di progetti e di strutture di potere altrui.
Noi abbiamo invece fatto una scelta diversa: quella di rimanere nella vecchia casa, anche se isolata e poco frequentata, anche se costantemente esposta alle aggressioni e alle interferenze esterne. E lo abbiamo fatto spinti dalle più varie ragioni ma anche da una motivazione comune, che vorrei esporre qui con la massima sobrietà e chiarezza possibile (per evitare il rischio di un discorso puramente autoreferenziale o, peggio, della mozione degli affetti).
Dico subito che la nostra non è stata una scelta facile, come ci siamo resi conto ben presto, Tangentopoli non era stata una tempesta passeggera, ma un evento che aveva portato a cancellare, nel nostro Paese, non solo i socialisti come forza organizzata, ma la stessa cultura socialista all’interno della sinistra italiana. E allora chi era rimasto, sapeva di avere davanti a sé una più o meno lunga traversata del deserto, e sapeva anche o, almeno, avrebbe dovuto sapere, che qualsiasi strategia di sopravvivenza poteva trovare forza e giustificazione solo nella convinzione che al di là dell’orizzonte, ci fosse una terra, un ambiente politico/culturale dove il pensiero socialista avrebbe potuto rifiorire e rinvigorirsi.
Rassicuratevi. Non vi voglio ammannire paroloni come giustizia, libertà ed eguaglianza né disquisire sui valori (per questo, purtroppo, c’è oggi Di Pietro con i valori suoi), né esibire le foto di Pertini, di Nenni e di Cesare Battisti. Vorrei ricordarvi piuttosto un modo di essere che ci ha accompagnato nel bene e nel male: l’anticonformismo e lo spirito liberale e libertario, la tendenza costante a rimettersi in discussione, il gusto per la revisione e la riforma, la rivalutazione del ruolo delle minoranze, l’impegno alla solidarietà internazionalistica senza strumentalismi e senza condizionamenti ideologici, uno spirito laico perché autenticamente liberale.
Tornerà, nella sinistra e nella società italiana, questo universo socialista?
Io ne sono profondamente convinto, ma so anche che non basta evocarlo per farlo riemergere.
E allora noi socialisti, noi socialisti organizzati e visibili nei più diversi, ma comunque faticosi e ingrati ruoli, (compreso quello di segretario di federazione, …) non ci sentiamo “rappresentanti autorizzati” né aspiriamo ad essere padroni, gestori ed interpreti di alcunché e men che meno della (nostra) storia.
Siamo semplicemente dei testimoni del passaggio tra il passato e il futuro di una grande idea. E anche, diciamolo ad alta voce, di una grande comunità di esperienze e di persone. Vogliamo che le giovani generazioni ci trovino al nostro posto, quando vorranno ricominciare il cammino. Potranno allora, se dovranno, rimproverarci per un’infinità di cose ma non per aver abbandonato il campo.