Noi socialisti conosciamo bene Marco Beltrandi. Abbiamo avuto modo di apprezzare in varie occasioni, lavorando insieme a lui dentro e fuori la commissione di vigilanza sulla RAI, il suo rigore e la sua preparazione, così come il suo rispetto per le posizioni altrui. Conosciamo bene anche certi atteggiamenti del Partito Democratico. Oggi espressi da Morri e Gentiloni, ieri da Veltroni e Franceschini. Quando parlano di rispetto della pluralità di opinioni e di garanzie dei diritti delle minoranze, il nostro pensiero corre veloce ad una storia di oscuramenti, sbarramenti, mancati apparentamenti. E ci viene di mettere mano alla pistola, come si diceva una volta. E dunque quando si è aperta una pesante querelle tra Beltrandi e il PD sul nuovo regolamento per le trasmissioni televisive, l’istinto, prima ancora che una attenta analisi del merito delle questioni, ci portava a simpatizzare per l’esponente radicale. A prescindere.
Ovviamente abbiamo anche analizzato con attenzione il merito della vicenda e la prima impressione ne è uscita consolidata e rafforzata. La legge prevede che la commissione di vigilanza (e l’Autorità Garante per le emittenti private) definiscano i criteri cui debbano attenersi i programmi di informazione al fine di garantire parità di trattamento, obiettività, completezza e imparzialità. Normalmente, come è noto e come è stato da noi infinite volte denunciato, i vari Santoro, Floris, Vespa e c. interpretano queste parole secondo il loro personalissimo criterio di giudizio. Basti pensare che i primi due, nella loro lunga carriera televisiva, non hanno mai, sottolineiamo mai, ritenuto di invitare il segretario o un esponente del PSI. Ora che la commissione ha deciso di imporre anche a loro, almeno per il breve periodo della campagna elettorale, un minimo di disciplina, si levano alte grida a difesa della libertà di informazione violata. Non ci pare serio. E ci pare invece opportuno ribadire ancora una volta, anche se inascoltati, che la RAI, si tratti di Telegiornali, di programmi di comunicazione politica o di informazione non svolge quel ruolo di servizio pubblico di cui la nostra democrazia ha bisogno. E a cui i cittadini, che pagano il canone, hanno diritto.