Questione di mode. La patente a punti, da recuperare previo corso a pagamento alle autoscuole, il posto di lavoro sorteggiato con la raccolta punti al supermercato (Sigma & Despar) e adesso si prepara anche il permesso di soggiorno per gli immigrati.
Complice il clima preelettorale che abbassa la soglia della decenza per intercettare le pulsioni meno confessabili dei nostri concittadini (memorabile lo slogan “cchiu pilu pe' tutti” inventato dal comico Antonio Albanese per i comizi di “Cetto La Qualunque”) l’impareggiabile duo Maroni – Sacconi ha in mente di varare un meccanismo che concede all’immigrato, indipendentemente dalle capacità e dal mercato del lavoro, il permesso di soggiorno solo se raccoglie trenta punti in due anni e purché abbia esaudito quattro condizioni minime: aver superato un esame di italiano, dimostrare di conoscere la Costituzione, essere iscritto al servizio sanitario nazionale, mandare i figli a scuola.
Le ultime due condizioni ricordano quelle del Comma 22. In certi comuni (padani), puoi mandare i figli a scuola se sei in regola con l’immigrazione, ma se non mandi i figli a scuola…
D’altra parte è difficile iscriversi al SSN se non si ha un contratto di lavoro regolare, cosa che capita abbastanza spesso agli immigrati. Ma sono le prime due condizioni quelle davvero speciali. Immaginiamo di fermare per strada un signor Rossi qualunque e di chiedergli a bruciapelo: cosa c’è nella prima parte della Costituzione? Oppure: secondo lei è vero che c’è scritto che uno “straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo”? Risultato probabile il ritiro della cittadinanza italiana al 90% degli interpellati. Ma l’ultima condizione è davvero esilarante. Di Pietro, secondo voi, sa parlare in italiano?
Carlo Correr
Penso alla bambina romena di 13 anni che, nel settembre scorso è stata costretta a sposare con rito rom un ventunenne connazionale e il suo Aids. La bambina aveva paura di ammalarsi – in effetti era già contagiata - e la suocera di avere nipoti malati fin dalla nascita. Così sono andate insieme in ospedale a Brescia, scoperchiando l’orribile storia.
Penso all’altra bambina – ancora a Brescia – che a 12 anni è stata costretta a sposare un kosovaro. A 13 ha avuto una figlia. I medici l’hanno salvata dalla schiavitù.
Niente infanzia per loro.
Penso a Hina, ragazza pakistana uccisa dal padre perché frequentava un ragazzo italiano e aveva deciso di vivere all’occidentale.
Penso a Saana Dafani, ragazza marocchina, morta dissanguata in un boschetto di Montereale Valcellina, Pordenone. Il padre l’ha uccisa perché era andata a convivere con un ragazzo italiano, come d’abitudine qui da noi fanno le sue coetanee.
Niente futuro per loro.
Penso a Fatima, 17 anni, nata in Marocco e cresciuta a Milano, frustata con una cinghia di cuoio dal padre e dai fratelli fino a farla svenire. La sua colpa: volersi vestire come le amiche, e festeggiare il compleanno andando a mangiare una pizza con loro.
Penso a Salima, 16 anni, bengalese. Colpevole di voler diventare attrice e di aver scritto su un quaderno poesie e canzoni d’amore. Punita dai genitori con calci e pugni in viso. La cura definitiva per la sua ribellione doveva essere il matrimonio in Bangladesh con un uomo anziano. Il futuro se l’è conquistato trovando il terribile coraggio di denunciare i genitori.
E ancora penso a Heraa ed Emrana, sorelle pachistane di 15 e 17 anni. Vivono alle porte di Milano, ma finito l’anno scolastico sarebbero andate in Pakistan a sposare due lontani cugini. Il no è stato punito con gravissime violenze.
Sono solo alcuni dei delitti consumati in Italia da genitori immigrati sulle giovani figlie. Vittime dell’idea che le donne sono proprietà privata, del padre prima e del marito dopo. Che alle donne non spettino altro che doveri e obbedienza. Sono violenze assai diverse da quelle esercitate dai violenti italiani, che sono delinquenti, bruti e basta. Queste invece trovano la loro radice in una diversa cultura, nella mancanza di diritti per le donne, ancora socialmente quando non giuridicamente accettata nei paesi di provenienza.
Grazie alle nostre battaglie dal dopoguerra in poi, sono spariti dalla normativa italiana il delitto d’onore, il concetto di violenza sessuale come reato contro la morale pubblica e si è sancito spero per sempre, che segregare, uccidere, violentare una donna è un reato contro la persona con i suoi inviolabili diritti. Non posso accettare che le mie/nostre conquiste non si applichino a chiunque viva nel territorio italiano.
Dunque poche ironie: nessuno vuol trasformare gli immigrati in fini giuristi, ma io sono molto molto molto favorevole che si chieda loro di studiare la Costituzione italiana nella parte che riguarda i diritti generali. E che si verifichi che l’hanno proprio capita. E che si spieghi loro che il rispetto della Costituzione si deve anche all’interno delle loro famiglie che non sono un’enclave extraterritoriale. E che il rispetto della cultura d’origine non può in alcun modo essere un alibi per violare le nostre leggi e i diritti costituzionalmente garantiti. Se per questo servono i punti a scalare oppure altri sistemi, francamente non lo so e non mi interessa.
P.S. Se già che ci siamo facciamo un ripasso anche agli italiani non guasta.
Zenobia
