La divisione politica all’interno del Partito Democratico dopo la sconfitta elettorale era sostanzialmente scaturita dal dissenso apertosi nei confronti di Walter Veltroni sulla politica della alleanze praticata alle elezioni politiche del 2008. La strategia del bi-partitismo perfetto con l’eccezione dell’apparentamento ai due partiti anti-sistema (la Lega per il Pdl e Di pietro col Pd) era di fatto la chiave di volta per una definitiva risistemazione del quadro politico ed una definitiva chiusura della fase di transizione politica avviata nel 1994. Questa strategia pensata di comune accordo fra i due grandi partiti che occupano la democrazia italiana tuttavia non ha fatto i suoi conti non soltanto con l’enorme numero di cittadini che ha rifiutato questo tipo di semplificazione (se si uniscono anche i voti dell’Udc praticamente sono più di dieci il numero dei milioni di cittadini che non votano il bipartitismo spurio), ma anche con l’inevitabile disarticolazione della dialettica politica avvenuta all’interno dei poli e degli stessi partiti.
Il cambio del segretario del Partito democratico avviene sostanzialmente sulla base della necessità di rianimare l’opposizione politica non solo sul terreno dei contenuti riformisti da opporre all’attuale maggioranza di governo, ma anche per saldare nuovi profili e nuove prospettive di alleanze politiche che rimettessero in discussione l’assetto rigido uscito dalle elezioni del 2008. La strategia riguardava innanzitutto la necessità di riaprire un dialogo fecondo con l’area cattolica rappresentata da Pier Ferdinando Casini, la possibilità di stringere patti ed accordi di carattere locale per dare vita successivamente una strategia di respiro nazionale.
Che questo orizzonte non fosse alla portata lo si è compreso innanzitutto dalle prime fibrillazioni sopraggiunte all’interno delle stesso Pd che ha dovute fare i conti con l’abbandono del proprio campo non solo del suo co-fondatore, già leader della Margherita, ma successivamente anche di spezzoni variegati della galassia più tradizionalista del mondo cattolico che aveva inseguito nel Pd l’idea di una grande alleanza culturale e politica fra i filoni dominanti la cultura politica del paese per oltre un cinquantennio quella democristiana e quella comunista. Il resto è Storia: messo alle strette con la necessità di varare un progetto politico alternativo alle destre, Bersani anziché perseguire l’obiettivo principale di riorganizzare un campo riformista plurale basato sulla coesistenza e l’alleanza di segmenti politici diversi della società italiana, ha dapprima dovuto cedere il passo al “Berlusconi Rosso” che in Puglia ha preso le sembianze di un populismo dolce rappresentato da Niki Vendola e poi ha dovuto sottostare al ricatto elettorale di Antonio Di Pietro che ha preteso il bacio della pantofola al suo congresso tanto dal Candidato Campano (che ha giurato dimissioni nel caso in cui dovessero trovare riscontro le ragioni della sua inquisizione) che dallo stesso segretario del partito, Bersani. Quest’ultimo incapace di sciogliere il vincolo politico che lega il Pd a Di Pietro, così come ne era legato Walter Veltroni, pensando di contenere con il suo abbraccio il pericoloso concorrente elettorale ed accarezzando il pelo al giustizialismo italiano. Questa è una vera e reale anomalia non solo della democrazia italiana, ma di tutte le sinistre europee, non essendoci da nessuna parte in Europa movimenti che hanno le stesse sembianze dell’Italia dei Valori, addirittura apparentata in Continente con i conservatori (sic!).
E’ evidente che sulla base di questi elementi, ritenere il nostro un centro-sinistra moderno (o tradizionale) basato su una limpida e coerente matrice culturale riformista, è del tutto fuorviante. C’è di che riflettere, c’è di che lavorare per cambiare il senso di marcia delle cose.