Avanti della domenica

Articoli n.2 del 14 febbraio 2010

Antonio Ghirelli - Una sinistra senza bussola
giovedì 10 giugno 2010


Lo smarrimento di cui è preda la sinistra italiana è, da qualunque prospettiva lo si guardi, un fenomeno impressionante. Noi giornalisti, naturalmente, siamo tenuti a riferire i fatti, gli episodi, le dichiarazioni, città per città, regione per regione, come cronaca, in queste settimane, di un qualsiasi preludio ad una campagna elettorale. Ma stavolta le cose non stanno così. Stavolta, ci piaccia o no, ci stiamo rendendo conto che non si tratta soltanto della sostituzione del territorio al partito, come fonte delle decisioni politiche, ma di una crisi devastante di visione, di prospettiva, di cultura che coinvolge i movimenti sopravvissuti al drammatico tracollo della prima Repubblica e i dirigenti che ne gestiscono catastroficamente le superstiti fortune.
Naturalmente, l’opinione corrente è che si tratti soprattutto del modo confuso e frettoloso con cui si è formato il Partito democratico e delle feroci lotte interne che ne turbano le decisioni. In effetti, già una ventina di anni fa il sogno del cosiddetto compromesso storico tra democristiani e comunisti si era infranto nel tragico scenario del cadavere di Moro raggomitolato nel bagaglio della macchina dei terroristi. E, vent’anni dopo, l’intesa tra Margherita e Pds si è celebrata sorvolando disinvoltamente su due ostacoli insormontabili: per un verso la simpatia per l’Internazionale Socialista, per l’altro la freddezza sui valori laici.
L’incompatibilità ideologica e per giunta, la dissoluzione degli apparati dei vecchi partiti hanno ridotto, nel gruppo dirigente del partito Democratico la dialettica di vertice, le decisioni, ad una disputa tra ‘clienti’, da cui sono derivate – per la forza delle cose e non per la perfidia degli uomini – il naufragio successivo di tre segretari e l’attuale, malinconica “bagarre” tra tutti i candidati alle elezioni regionali in Puglia, in Campania, in Calabria, in Umbria, a Firenze e, incredibilmente, perfino a Bologna.
Gli eredi della Dc e del Pci non hanno dimostrato in questi vent’anni, il coraggio e l’impegno (culturale prima che politico) necessari per onorare il loro passato, tutt’altro che disprezzabile, e soprattutto per analizzare la grandiosa, epocale mutazione della società post-industriale.
Purtroppo, le forze laiche liberali, repubblicane, socialiste non sono riuscite a fare molto di più, pur vantando una libertà intellettuale e una modernità di vedute di gran lunga superiori a quelle dei due partiti maggiori. È mancata loro una “leadership” forte come all’epoca di Einaudi, De Gasperi, La Malfa, Nenni e Craxi; è mancato il controllo di un sistema robusto e popolare.
Nel caso dei cattolici, è mancata anche l’attenzione (per usare un termine diplomatico) del Vaticano, perché al di là della Porta di bronzo è prevalso, fino a pochi mesi fa, la tendenza tipica, per esempio, del cardinale Ruini – a dirigere l’orchestra anziché limitarsi ad ispirarla. Vedremo presto se Casini, Rutelli e la Cisl colmeranno il vuoto di una forza moderata, ma non spettacolare, devota e rispettosa dei valori laici. Ma per ora la rozza praticità della Lega e l’insuperabile senso dello spettacolo di Berlusconi non hanno rivali.

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