Avanti della domenica

Articoli n.2 del 14 febbraio 2010

La proposta dei socialisti
Luca Cefisi - Un reddito di cittadinanza
giovedì 10 giugno 2010

E’ sempre più evidente nel nostro Paese un problema di giustizia e di sicurezza sociale che riguarda non soltanto i giovani, come spesso si dice con eccessiva semplificazione, ma in generale tutti quei cittadini e cittadine che non fanno parte dei settori di quei settori del mondo del lavoro più tutelati e garantiti, o che non godono di un patrimonio familiare. Sono i cittadini “senza rete”: certo, ci sono i giovani che non riescono ad uscire dalla casa paterna, ma anche I disoccupati over 50 senza molte chances di tornare in produzione, l’esercito di piccoli professionisti e commercianti che  perdono la propria attività, oppure genitori single con prole a carico, spesso casalinghe reduci da un divorzio, solo per fare alcuni esempi. Il “welfare all’italiana”, che pure ha anche picchi di eccellenza, quali la sanità pubblica, non è cambiato con il mutare della società: esistono oggi tutele previdenziali per quei lavoratori dell’industria o dell’agricolture che perdono il lavoro, ma la società non è più fatta di soltanto di operai e braccianti. E’ un modello pensato per il capofamiglia maschio che si fa carico di una famiglia, mentre le famiglie e la società in generale sono ormai molto diverse.
Come socialisti, non ci convince una certa retorica sullo “scontro tra generazioni”, che punta senza battere ciglio il dito contro le conquiste sindacali, definite spesso chissà perchè “privilegi”, e indica nella tutela dei lavoratori a tempo indeterminato la causa dei disagi dei lavoratori precari, e non nella mancanza di nuove misure per i nuovi soggetti sociali. D’altra parte, è illusoria l’idea di che l’ampia area del lavoro flessibile e intermittente possa elimiinata, riconducendo tutti al mitico “posto fisso”: le novità nei sistemi produttivi, la natura stessa dei “nuovi lavori” rendono improponibile il posto fisso epr sempre e per tutti, e inganneremmo la gente se lo promettessimo. Occorre, dunque, non ridurre le tutele a color che le hanno a buon titolo, ma estenderle ad ogni cittadino. Un Reddito di Cittadinanza, che sia congruo e dignitoso (non le mancette di Brunetta…), per esempio equiparandolo al salario minimo, che è ormai tempo di definire con una legge nazionale. Così, in un Paese piagato dal lavoro nero, si combatterebbe davvero lo sfruttamento. E si offrirebbe una rete di protezione che metterebbe sul serio in condizione di rischiare i giovani e meno giovani, per intraprendere attività artistiche, intellettuali, professionali, imprenditoriali, senza ricorrere a papà o “sposare un miliardario”m secondo il saggio consiglio di Berlusconi.
Si dirà che in una misura del genere comporterebbe il rischio di truffe e abusi: ma, oggi, tra pensioni d’invalidità fasulle (ma che spesso sono state la risposta, certo clientelare e inadeguata, a bisogni veri), braccianri che non hanno mai visto un campo da vicino,  godiamo forse di un ssitema a prova di bomba ? E per quanto tempo sarà possibile trattare per I lavoratori di Termini Imirese, a cui va ovviamente la nsotra solidarietà, ponendo sul tavolo prepensionamenti e buonuscite, continuando però a voltarsi dall’altra parte per non vedere i milioni di cittadini che non fanno parte di una categoria “forte”, non hanno ormai un sindacato che possa strappare uno “scivolo”, o un deputato che proponga una leggina ? Ecco quindi la necessità di ripartire dalla cittadinanza anche per riformare la sicruezza sociale, questo anche contro tutti i clientelismi, i corporativismi, le discriminazioni. Un welfare regionale, come per la sanità, permette alle Regioni scelte di governo: sull’esempio degli esperimenti già avviati, per esempio nella Regione Lazio, è possibile immaginare una serie di iniziative regionali che aprano la strada ad un modello nazionale.

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